Viaggiare di notte, in solitudine, è come ritagliarsi un proprio spazio di mondo.
Senza distrazioni, immersi in un più vasto insieme di luci rosse.
Con me stesso, a proprio agio nell’automobile. Non manca niente.
Per qualche strana coincidenza che capita spesso nei momenti magici, il mangianastri, spento da giorni, come se mi conoscesse, mi regala la musica giusta.
La tromba di Fresu descrive perfettamente il mio stato d’animo, come fosse un minuscolo bisturi che intaglia una mole di compatta gelatina bianca.
Quello stesso brano, che ieri mi annoiava, oggi è lì per me, suona come deve, come voglio che faccia. E capisco che il musicista lo ha composto provando lo stesso misto di malinconia e amarezza che ora provo io. E questo mi rende meno solo.
Stringo il volante, mi aggiusto gli occhiali. Gli “stop” di coloro che mi precedono formano una curva che ho già visto da qualche parte.
Il telefono è lì, muto. Quella che ieri ho invitato ad uscire non mi risponde più. Forse è saggia, e vuole che le cose facciano il suo corso nei tempi giusti. Oppure stanca per le mie troppe telefonate imbarazzate. Magari è lesbica. Questo pensiero si lascia accompagnare da un sorrisino divertito, che coinvolge solo la metà destra della bocca.
In questi momenti posso pensare a quanto la mia personalità, apparentemente salda e consolidata sotto tutti i punti di vista, si sgretoli, rivelando tutta la sua latente fragilità, mascherata sapientemente da comportamenti deliberati.
E solo ora capisco che la sua fragilità derivi principalmente dal fatto che non ne parlo mai con nessuno. Dal fatto che mi tengo per me i ragionamenti più profondi, custodendoli gelosamente, come se ci fosse qualcun altro, oltre me, interessato ad essi.
E solo ora capisco che questo è lo stato d’animo in cui la mia scrittura ha i suoi benefici maggiori. Ben venga se serve a migliorare i miei racconti, giacchè scriverli mi auto-psicanalizza.
Capisce, dottore, può essere che io abbia solamente bisogno di avere qualcuno disposto ad ascoltarmi, di ascoltare la mia vita. Di ascoltare me parlare di me. Ora ho bisogno di pagare lei per fare questo, perchè chiunque ne sarebbe annoiato e passerebbe a parlare d’altro. Persino le cose che non ho mai raccontato neanche al mio miglior amico, celate nelle poesie da quattro soldi, crittografate in versi ermetici che nessuno ha mai letto.
E sebbene i miei lettori siano meno delle dita che si possono trovare attaccate alla mano di un falegname distratto, mi è di enorme sollievo poter esternare i miei pensieri.
Ma di cosa ho paura? Forse le mie paure sono gli strascichi di una giovinezza incompleta, che ha quasi trasformato la mia vita in inferno, prima che cercassi, e mi costringessi a trovare le forze per rinascere.
O forse sono rivelazioni di una natura umana che deve rendere giustizia per tutti gli errori commessi. A giusta punizione per la sofferenza arrecata.
Il distacco non è un comportamento umano. E’ un comportamento artificiale, artificioso. Un meccanismo di protezione che serve ad evitare di provare nuovamente i dolori laceranti del passato. Ma spesso la cura è peggio del male.
Vorrei che questo viaggio, ricco di spunti per i miei racconti, e di riflessioni sempre uguali che si susseguono da decenni, fosse già finito.

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Chi si pente per una storia atroce,
crede forse di portare una croce,
chi si sente abbandonato in via precoce,
vuole gridare al mondo la sua voce.

Ma la momentanea bile, trapassa,
la tristezza, come l’acqua, passa,
pensi quasi di volere la cassa,
ma stai solo pagando una tassa.

E’ l’imposta della vita, amico mio,
quel che ottieni lo ricedi, dico io,
la bilancia sempre pesa, voglia Dio,
impietosa bascula, in un luccichìo.

Ma l’assenza, t’assicuro, inganna,
ti costringe ad un’attesa tiranna,
nel profondo ti rattrista e t’azzanna,
l’ignavìa è la peggior condanna.

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Cheap cocaine, a dry inhale, the pills that kill and take
the pain away

Così cantavano i mitici Pantera oltre dieci anni fa.
I giornalisti di Repubblica invece si accorgono oggi dell’”usanza” e titolano: Milano coca-market – spaccio ai ragazzini.
Si scandalizzano e fanno un articolo ingenuo, oltre che banale.
Si scandalizzano quando vedono una ragazza andare a comprare della droga, prendendosela col fatto che le nuove generazioni hanno perso gli ideali.
Non accettano il fatto che decenni di proibizionismo “all’italiana” stanno trasformando quello che era un semplice mercato nero in un malcostume generalizzato e pericoloso.
La legge cieca prodotta da persone del calibro di Giovanardi, che scrivono senza la benchè minima conoscenza del problema, hanno fatto lievitare il prezzo delle droghe leggere e crollare quello delle droghe pesanti, più leggere, quindi facilmente trasportabili, e soprattutto remunerative.
Da un punto di vista salutistico ci sono enormi differenze tra una “dose” (per usare il loro linguaggio) di cocaina e una “dose” di marijuana. Ma questo Giovanardi non lo vede, o non lo vuole vedere.
Anche per quanto riguarda assuefazione e rischio di taglio “sporco” ci sono enormi differenze, e anche in riferimento a questo Fini & co. preferiscono mettere due belle fette di prosciutto Parmacotto davanti alle pupille.
Quella ragazza che ha fatto il tiro di cocaina da dieci miseri euro avrà assunto sì e no, diciamo, il 30% di cocaina e il 70% di chissà che.
Aggiungiamo l’ipocrisia del fatto che l’alcool, che sia per effetti dopanti sia per quanto è poco salutare può certamente essere paragonato a marijuana ed hashish, ed è invece legale ed accettato dalle persone.
Quello che Giovanardi, Fini ed altri innominabili personaggi non arrivano a capire è che occorre EDUCARE, non proibire. Tutto ciò che è innato nelle persone, o frutto di male abitudini consolidate, è un problema assai delicato, e deve essere trattato con competenza.

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Ogni Paese ha il suo pitbull col rossetto.

Noi abbiamo Mariastella, che era quanto di peggio potesse capitare alla scuola italiana già derelitta.

Con le sue decisioni folli sta dando il colpo di grazia ad un’istituzione oltremodo disastrata.

Riassunto delle puntate precedenti: dopo i tagli ai fondi scolastici, ha annientato la SSIS, ridotto l’obbligo scolastico da 16 a 14 anni, tolto la possibilità al docente di scegliere i testi, istituito il maestro unico ed ora ridotto l’orario scolastico.

Senza muovere un dito per la riduzione del precariato o per arginare la famigerata “fuga dei cervelli”.

L’errore che compie è quello di considerare, dopo l’Università, anche la scuola pubblica come un’azienda, che deve produrre tanto.

Togliere la libertà di scelta all’insegnante significa che il governo centrale ha facoltà di scegliere i testi, dunque ha la possibilità di introdurre dei falsi storici, che verranno diffusi ad un’intera generazione su base nazionale.

La riduzione da 16 a 14 anni invece, giustificata in base ad un “allineamento con le medie europee”, serve ovviamente a risparmiare e come deterrente al prosieguo degli studi. Ovviamente l’allineamento con la media europea non è un buon motivo per renderci più ignoranti, in un Paese afflitto da scarsità delle risorse e che deve invece puntare proprio sulla formazione e sull’istruzione.

La riduzione dell’orario di lezione serve a risparmiare e a rendere un poco più ignoranti quelli che si avviano ad essere i sudditi di un regime che va delineandosi in maniera sempre più netta (ma che viene chiamato liberalismo, puah!).

Poi si parla di iniziare ad insegnare “internet” (che non è una materia scolastica, e che di per sè non vuol dire niente). Questo forse vuol dire che si insegnerà a chattare su msn o a navigare su Yahoo, tagliando qualche verso di Foscolo e qualche integrale.

La Gelmini parla sempre di ripristino della meritocrazia, proprio lei che ha ottenuto il titolo di avvocato in maniera del tutto discutibile.

Con un governo come questo, che sta riuscendo persino ad essere peggiore dei precedenti Berlusconi, l’Italia non va da nessuna parte.

L’informazione è completamente sbilanciata sul filo-governativo, dunque le cose che ho detto io, che sono fatti veri ed assolutamente verificabili, non vengono messi in risalto dalla stampa.

Occorre che ogni persona che sa si impegni a diffondere i fatti, in attesa che vengano tempi migliori.

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cito:

Benedetto XVI ha invitato i fedeli a “rifiutare i moderni idoli del denaro, del potere, dell’avere e persino del sapere per tornare al rapporto con Dio e alla ricerca della vera felicità”

In sostanza, ci vuole: poveri, sottomessi, generosi e ignoranti.

Per “tornare” al rapporto con Dio? Qui è intrinseco il fatto che è consapevole del declino che sta avendo la sua confessione. Avanti così.

E poi il rapporto con Dio è una cosa, il rapporto (unilaterale) con la chiesa è un altro.

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Su una cosa ho sempre concordato con le ideologie di destra: ed è che quando la situazione precipita nella sregolatezza ed i criteri di gestione della cosa pubblica vanno alla deriva, presi in ostaggio da mille correnti contrastanti e tutte sbagliate, c’è la necessità di un pò di sano pragmatismo.

Serve una gestione parca delle risorse pubbliche, occorre tirare la cinghia, fare economia, e fare come facevano i nostri nonni: rinunciare al superfluo.

Nel mio piccolo ho imparato, amministrando a dovere le mie (scarse) disponibilità economiche, ad ottimizzare il loro utilizzo per averne un alto rendimento.

Purtroppo l’Italia è un vecchio spendaccione, allora ciò che serve è una classe dirigente competente e che abbia a cuore la salvezza dell’Italia e degli italiani.

È proprio necessario arrivare ad una guerra civile o ad una rivoluzione per ottenere questo?

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Sbaglia chi sostiene che la democrazia sia la miglior forma di governo possibile.

Nulla è vero a prescindere. La “democrazia” italiana ne è un esempio. Se il comunismo è la dittatura del proletariato, la democrazia è la dittatura dell’ignoranza.

In effetti il sistema è fondato su un principio semplicistico e demagogico: ‘tutte le persone hanno pari importanza e la loro opinione ha pari valore nelle decisioni’.

L’applicazione di suddetto principio pareggia, di fatto, anche la forza-decisione delle persone, e vanifica gli sforzi che le persone fanno per tenersi informati.

Le persone non sono tenute ad essere informate, anzi, ci sono non pochi deterrenti. Uno sono i toni che vengono usati nei dibattiti. Volutamente, le forze politiche tendono a tenere un clima di tensione costante e al dire SEMPRE E COMUNQUE, in maniera spesso ipocrita, semplicemente IL CONTRARIO di ciò che ha detto l’avversario.
In tale situazione, la “barriera all’ingresso” dell’ignorante diventa invalicabile. Egli, o forse è meglio dire esso, vuole fidarsi di quello che dice il rappresentante, e farà  suoi gli argomenti del paladino, in maniera vacua e totalmente acritica.

Un altro deterrente è la qualità  dell’informazione, in cui si ritrova forte parzialità  ed in cui la componente indipendente, pressochè inesistente, fatica a sopravvivere in quanto le persone non ci si riconoscono, ed i partiti non le sostengono con la loro moneta.

A complicare le cose, la classe dirigente fa quel che può per sminuire il valore di chi detiene la conoscenza e non può essere sottoposto a controllo (il corpo docente) o di chi concorre ad avere un potere che, per definizione, deve essere fuori dalla giurisdizione della politica (la magistratura).

In un utopico sistema di voto corretto, le persone votano con cognizione di causa e, soprattutto, alcune di esse hanno maggior forza decisionale. Ovviamente la cosa è impossibile da implementare nel mondo reale.

Però si andrebbe in quella direzione se si facesse una sorta di quiz all’elettore. Esempio: l’elettore che non risponde o non sa ha capacità  di voto 1. L’elettore che conosce le cose che sta votando ha capacità  di voto 2 o 3.

La roadmap sarebbe: formare un organismo completamente indipendente che forma le domande e le sottopone, e far votare l’elettore mediante voto elettronico, cosa questa che farebbe risparmiare dei miliardi di euro.

Purtroppo tutto ciò non accadrà  mai.

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Ciao, Dio.
E’ da un po’ che son nato, ma non ho trovato un gran bel posto, quaggiù.
Se ultimamente ti fossi distratto, ti faccio presente che è arrivato il momento di terminare le tue vacanze.
Sai, da quando hai mandato lo scagnozzo qui da noi, quello esibizionista, di cui mi sfugge il nome, bhè, non è che abbia migliorato gran che le cose.
Ha fondato una credenza popolare, e questo non è granchà© male, ed è pure stato un successone, ma forse persino troppo. Molti l’hanno presa sul serio.
Talmente sul serio che qualcuno parla perfino in nome tuo, ormai. C’è un tizio, qui, un prussiano, mi sa che ha conosciuto pure l’impero austro-ungarico. Ebbene, giunge voce che si voglia sostituire a te. Ma tu, l’hai autorizzato? Con gli impostori che ci stanno oggigiorno non si sa mai…
Poi vedi, dal lato meno “spirituale” che dire… non ti riconosco più.
In pratica siamo sottomessi da una sorta di gruppo di uomini che dice un sacco di cose complicate e che finge di farsi la guerra, mentre ce la danno a bere e se ne fottono, perdonami il termine. Questi mascalzoni hanno inventato un “sistema” per poterci comandare, che si basa su due cose che tu hai creato e distribuito a gran mani: la stupidità  e la pigrizia. La maggior parte delle persone non ha le facoltà  mentali o la voglia di informarsi a dovere. Però con questa invenzione della democrazia le decisioni le prendono proprio loro, che sono di più.
Ecco che qui nasce il più grande dei problemi: se ti informi ed impari cosa bisogna fare, scopri che nessuno lo fa e ti senti impotente, quindi forse non saperlo è meglio?
Se il prezzo da pagare è questo, meglio quando a comandare era uno solo, almeno sapevi con chi prendertela. E si poteva sempre sostituire.
E sul piano della salute? Anche lì, scusa se te lo dico “papale papale” (facile ironia) non è che tu sia stato molto equo. Voglio dire, ci si aspetta che chi vive facendo cose cattive o non salutari sia più colpito, ma quasi mai è così, e questo è un deterrente, caro il mio Dio.
Vedi, a parte qualche battutaccia, fra me e te non ci sono mai stati grossi problemi, anzi.
Quindi è per tutto ciò che ti chiedo due semplici cose: dai un’occhiata di tanto in tanto, che male non fa, e dì due parole al tuo collega, quello barbuto, perchè dal suo versante le cose si mettono male.
Comunque, tornando indietro, io mi sarei giocato l’altra carta. Senza il tuo scagnozzo, forse saremmo tutti ebrei o pagani, e a parte qualche sacrificio di agnelli, forse alcune cose girerebbero meglio.
Grazie, arrivederci (il più tardi possibile).
Cià

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Osserva lo schermo nero, un po’ schifato e vagamente annoiato. Le parole che vi si compongono, in piccoli caratteri bianchi, lo annoiano. La postura è la solita, quella che il medico ha proibito.
Il pigiama bianco a pallini rossi non si addice al suo essere introverso.
Dietro, la tazza di ginseng liofilizzato non fuma più.
Scarabocchia velocemente qualcosa nella tastiera, dove le lettere dei tasti quasi non si leggono più, e quell’impavido che si dovesse accingere a digitare qualcosa proverebbe disgusto dalla sensazione di appiccicaticcio.
Le dita si aggrovigliano a formare uno spietato fuck1n’ 4ppl3 a velocità  prossime a quella della luce, ma il suono del tasto enter è quasi impercettibile.
Si alza, e si volta, per poi subito guardare nuovamente l’angolo in basso a destra dello schermo. Non è rosso, può andare.
L’abbigliamento, se così si può definire, è costituito da una maglietta nera dal fondo slabbrato, che copre appena gli slip bianchi, dove non ti stupiresti di trovarci buchini qua e là . A volerli cercare, s’intende.
La mano destra si dirige verso il fondoschiena, infilando un dito in un preciso punto dell’interno-chiappa sinistro, e raschiando coll’unghia una sola volta il millimetro quadro di pelle pruriginosa; tutto questo mentre la sinistra infila la tazza di ginseng nel microonde e preme il tasto max. Poi la destra torna nelle vicinanze del volto, ad intrappolare uno sbadiglio in fuga.
Un debole beep dalla zona del computer lo informa che il suo interlocutore ha risposto all’imprecazione. O forse che qualcun altro gli ha chiesto un’informazione, alla quale replicherà  stringato e scorbutico. Tuttavia il beep è un richiamo a cui non sa resistere, e si fionda a leggere lo schermo.
Esso recita: CTCP Version from zigoga81, received at hour 17:47
e subito dopo il computer risponde in automatico: CTCP Fuckyou from me, now fuck away, bob, apostrofato da un ghigno di approvazione.
Allora fruga nelle tre finestre, alla ricerca di eventuali messaggi, scorrendo le finestre premendo due tasti lontani con una sola mano, mentre l’altra sorregge la testa pesante. Un messaggio lo attrae, perchè contiene qualcosa di simile al suo vero nome, che quasi nessuno conosce, fra gli amici digitali. In realtà  la scritta era rivolta ad un certo Johnson, ed un pensiero gli balenò per un istante, ovvero a quanto sarebbe stato orribile avere un nome così banale. Johnson, bah.
Jantes è molto meglio. E vuoi mettere l’originalità ?
Làggiù iniziano a sentirsi gorglìi minacciosi. Il thè!
Corre indietro ad accudirlo, ma il danno è fatto: la bevanda è fuoriuscita allagando il fondo del forno e parte della mensola che lo sorregge.
Arriva una telefonata, accompagnata da un goddamnit stizzito. La cugina Carla è arrivata dall’Italia, preparati che andiamo a farle visitare la città . La disapprovazione giunge ad uno stadio sublime.
Prende lo straccio per i pavimenti, assorbe il thè sia dalla mensola che dal forno, dopodichè lo scaglia con noncuranza sul tavolo da pranzo.

La cugina Carla è una biondazza platinata di circa 29-30 anni, bassetta e un po’ larghetta di culo (o sovracculo, come dice il suo chat-master), con una forte passione per la cioccolata ed un’altra per il parlare.
“Tu devi essere il famoso Jates, vero?” fu la sua prima frase, infelice quanto la risposta fulminea: “Si vede che non lo sono abbastanza, perchè mi chiamo Jantes, in realtà. Tanto che intervenne la madre, una grassa signora, affabile ed iper-protettiva che disse “oh Carla, non farci caso, lui è così, sai….”
La discussione di circostanza (perchè non solo le frasi possono esserlo) si protrae più a lungo delle più grigie previsioni di Jantes, che si fruga nervoso la barba e guarda l’orologio con una frequenza tale che raramente sono passati due minuti dalla volta precedente. A parte brevi frasi saltuarie di Jantes, volte ad evitare le occhiatacce della madre, le uniche due a parlare, con un sorriso quasi entusiastico, sono Carla e la signora Maddie, che l’italiana si ostina a chiamare con l’ormai dimenticato vero nome, Maddalena.
Nel tavolino accanto, proprio dietro il burbero programmatore, prende posto una coppia di gioiosi giovincelli, forse freschi di matrimonio, che si guardano entusiasti.
Accade l’irreparabile. In questo frangente arriva al tavolo Albert, figlio di Maddie e frutto del suo secondo matrimonio. Albert è un diciassettenne appariscente, costantemente eccitato. Capelli biondi, rigidi ed organizzati in una perfetta cresta, orecchini disseminati ovunque, vestiario attillato e parlata gergale. Si siede e gli rivolge la parola. Ciao, fratellastro. La risposta è un sorriso, il primo elargito da almeno un’ora, tanto che la sensazione è quella della pelle delle labbra che si allunga pericolosamente. Meglio bagnarle con della birra. In questo posto non hanno il chinotto. Dilettanti.

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Radicali Italiani