Archivio per la Categoria “Manoscritti”
Viaggiare di notte, in solitudine, è come ritagliarsi un proprio spazio di mondo.
Senza distrazioni, immersi in un più vasto insieme di luci rosse.
Con me stesso, a proprio agio nell’automobile. Non manca niente.
Per qualche strana coincidenza che capita spesso nei momenti magici, il mangianastri, spento da giorni, come se mi conoscesse, mi regala la musica giusta.
La tromba di Fresu descrive perfettamente il mio stato d’animo, come fosse un minuscolo bisturi che intaglia una mole di compatta gelatina bianca.
Quello stesso brano, che ieri mi annoiava, oggi è lì per me, suona come deve, come voglio che faccia. E capisco che il musicista lo ha composto provando lo stesso misto di malinconia e amarezza che ora provo io. E questo mi rende meno solo.
Stringo il volante, mi aggiusto gli occhiali. Gli “stop” di coloro che mi precedono formano una curva che ho già visto da qualche parte.
Il telefono è lì, muto. Quella che ieri ho invitato ad uscire non mi risponde più. Forse è saggia, e vuole che le cose facciano il suo corso nei tempi giusti. Oppure stanca per le mie troppe telefonate imbarazzate. Magari è lesbica. Questo pensiero si lascia accompagnare da un sorrisino divertito, che coinvolge solo la metà destra della bocca.
In questi momenti posso pensare a quanto la mia personalità, apparentemente salda e consolidata sotto tutti i punti di vista, si sgretoli, rivelando tutta la sua latente fragilità, mascherata sapientemente da comportamenti deliberati.
E solo ora capisco che la sua fragilità derivi principalmente dal fatto che non ne parlo mai con nessuno. Dal fatto che mi tengo per me i ragionamenti più profondi, custodendoli gelosamente, come se ci fosse qualcun altro, oltre me, interessato ad essi.
E solo ora capisco che questo è lo stato d’animo in cui la mia scrittura ha i suoi benefici maggiori. Ben venga se serve a migliorare i miei racconti, giacchè scriverli mi auto-psicanalizza.
Capisce, dottore, può essere che io abbia solamente bisogno di avere qualcuno disposto ad ascoltarmi, di ascoltare la mia vita. Di ascoltare me parlare di me. Ora ho bisogno di pagare lei per fare questo, perchè chiunque ne sarebbe annoiato e passerebbe a parlare d’altro. Persino le cose che non ho mai raccontato neanche al mio miglior amico, celate nelle poesie da quattro soldi, crittografate in versi ermetici che nessuno ha mai letto.
E sebbene i miei lettori siano meno delle dita che si possono trovare attaccate alla mano di un falegname distratto, mi è di enorme sollievo poter esternare i miei pensieri.
Ma di cosa ho paura? Forse le mie paure sono gli strascichi di una giovinezza incompleta, che ha quasi trasformato la mia vita in inferno, prima che cercassi, e mi costringessi a trovare le forze per rinascere.
O forse sono rivelazioni di una natura umana che deve rendere giustizia per tutti gli errori commessi. A giusta punizione per la sofferenza arrecata.
Il distacco non è un comportamento umano. E’ un comportamento artificiale, artificioso. Un meccanismo di protezione che serve ad evitare di provare nuovamente i dolori laceranti del passato. Ma spesso la cura è peggio del male.
Vorrei che questo viaggio, ricco di spunti per i miei racconti, e di riflessioni sempre uguali che si susseguono da decenni, fosse già finito.
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Chi si pente per una storia atroce,
crede forse di portare una croce,
chi si sente abbandonato in via precoce,
vuole gridare al mondo la sua voce.
Ma la momentanea bile, trapassa,
la tristezza, come l’acqua, passa,
pensi quasi di volere la cassa,
ma stai solo pagando una tassa.
E’ l’imposta della vita, amico mio,
quel che ottieni lo ricedi, dico io,
la bilancia sempre pesa, voglia Dio,
impietosa bascula, in un luccichìo.
Ma l’assenza, t’assicuro, inganna,
ti costringe ad un’attesa tiranna,
nel profondo ti rattrista e t’azzanna,
l’ignavìa è la peggior condanna.
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Osserva lo schermo nero, un po’ schifato e vagamente annoiato. Le parole che vi si compongono, in piccoli caratteri bianchi, lo annoiano. La postura è la solita, quella che il medico ha proibito.
Il pigiama bianco a pallini rossi non si addice al suo essere introverso.
Dietro, la tazza di ginseng liofilizzato non fuma più.
Scarabocchia velocemente qualcosa nella tastiera, dove le lettere dei tasti quasi non si leggono più, e quell’impavido che si dovesse accingere a digitare qualcosa proverebbe disgusto dalla sensazione di appiccicaticcio.
Le dita si aggrovigliano a formare uno spietato fuck1n’ 4ppl3 a velocità prossime a quella della luce, ma il suono del tasto enter è quasi impercettibile.
Si alza, e si volta, per poi subito guardare nuovamente l’angolo in basso a destra dello schermo. Non è rosso, può andare.
L’abbigliamento, se così si può definire, è costituito da una maglietta nera dal fondo slabbrato, che copre appena gli slip bianchi, dove non ti stupiresti di trovarci buchini qua e là . A volerli cercare, s’intende.
La mano destra si dirige verso il fondoschiena, infilando un dito in un preciso punto dell’interno-chiappa sinistro, e raschiando coll’unghia una sola volta il millimetro quadro di pelle pruriginosa; tutto questo mentre la sinistra infila la tazza di ginseng nel microonde e preme il tasto max. Poi la destra torna nelle vicinanze del volto, ad intrappolare uno sbadiglio in fuga.
Un debole beep dalla zona del computer lo informa che il suo interlocutore ha risposto all’imprecazione. O forse che qualcun altro gli ha chiesto un’informazione, alla quale replicherà stringato e scorbutico. Tuttavia il beep è un richiamo a cui non sa resistere, e si fionda a leggere lo schermo.
Esso recita: CTCP Version from zigoga81, received at hour 17:47
e subito dopo il computer risponde in automatico: CTCP Fuckyou from me, now fuck away, bob, apostrofato da un ghigno di approvazione.
Allora fruga nelle tre finestre, alla ricerca di eventuali messaggi, scorrendo le finestre premendo due tasti lontani con una sola mano, mentre l’altra sorregge la testa pesante. Un messaggio lo attrae, perchè contiene qualcosa di simile al suo vero nome, che quasi nessuno conosce, fra gli amici digitali. In realtà la scritta era rivolta ad un certo Johnson, ed un pensiero gli balenò per un istante, ovvero a quanto sarebbe stato orribile avere un nome così banale. Johnson, bah.
Jantes è molto meglio. E vuoi mettere l’originalità ?
Làggiù iniziano a sentirsi gorglìi minacciosi. Il thè!
Corre indietro ad accudirlo, ma il danno è fatto: la bevanda è fuoriuscita allagando il fondo del forno e parte della mensola che lo sorregge.
Arriva una telefonata, accompagnata da un goddamnit stizzito. La cugina Carla è arrivata dall’Italia, preparati che andiamo a farle visitare la città . La disapprovazione giunge ad uno stadio sublime.
Prende lo straccio per i pavimenti, assorbe il thè sia dalla mensola che dal forno, dopodichè lo scaglia con noncuranza sul tavolo da pranzo.
La cugina Carla è una biondazza platinata di circa 29-30 anni, bassetta e un po’ larghetta di culo (o sovracculo, come dice il suo chat-master), con una forte passione per la cioccolata ed un’altra per il parlare.
“Tu devi essere il famoso Jates, vero?” fu la sua prima frase, infelice quanto la risposta fulminea: “Si vede che non lo sono abbastanza, perchè mi chiamo Jantes, in realtà. Tanto che intervenne la madre, una grassa signora, affabile ed iper-protettiva che disse “oh Carla, non farci caso, lui è così, sai….”
La discussione di circostanza (perchè non solo le frasi possono esserlo) si protrae più a lungo delle più grigie previsioni di Jantes, che si fruga nervoso la barba e guarda l’orologio con una frequenza tale che raramente sono passati due minuti dalla volta precedente. A parte brevi frasi saltuarie di Jantes, volte ad evitare le occhiatacce della madre, le uniche due a parlare, con un sorriso quasi entusiastico, sono Carla e la signora Maddie, che l’italiana si ostina a chiamare con l’ormai dimenticato vero nome, Maddalena.
Nel tavolino accanto, proprio dietro il burbero programmatore, prende posto una coppia di gioiosi giovincelli, forse freschi di matrimonio, che si guardano entusiasti.
Accade l’irreparabile. In questo frangente arriva al tavolo Albert, figlio di Maddie e frutto del suo secondo matrimonio. Albert è un diciassettenne appariscente, costantemente eccitato. Capelli biondi, rigidi ed organizzati in una perfetta cresta, orecchini disseminati ovunque, vestiario attillato e parlata gergale. Si siede e gli rivolge la parola. Ciao, fratellastro. La risposta è un sorriso, il primo elargito da almeno un’ora, tanto che la sensazione è quella della pelle delle labbra che si allunga pericolosamente. Meglio bagnarle con della birra. In questo posto non hanno il chinotto. Dilettanti.
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“Ã?Ë? proprio così, mamma. Ã?Ë?Ã? così che mi sento.”
“Claudia…”
“Sento il bisogno di dover andare, non ce la faccio più a stare. Devo andare. Per me, per te.”
“Claudia, resta, penserò io a te per un pò di tempo.”
“No mamma, non c’è più tempo. Devo andare ora, o mai più.”
“Cara, credo che anche il papà abbia bisogno di te. Ã?Ë? meglio se gliene parli.”
“Gli ho già parlato. Anche lui è d’accordo. Ã?Ë? la cosa più giusta”
“Avrai bisogno di un pò di soldi.”
“Ci ha già pensato papà . E poi qualcosa avevo di mio.”
“Va bene, cara. Allora vai.”
“Non mi hai detto se le vuoi morbide o rigide.”
“Morbide, due pacchetti.”
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C’era una volta, pareti e pavimento,
all’interno IL SILENZIO, carni supine.
Pierino col suo cordone chino sulle pratiche,
stavolta non d’ufficio, sebbene antipatiche.
Le carni muovonsi, ci vedono il bene,
Pierino ed il suo uffizio, gli pulsano le vene.
Fra un malinteso e un “ma”, un’ostia e un’ode,
il cordone guarda già , alle carni sode.
Tant’anni di servizi, voti e supplizi,
avrò diritto anch’io, ai Santi Vizi?
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Non posso continuare a far finta di niente, questo corpo mi sta stretto, questa stanza mi sta stretta, perfino questo piccolo mondo mi sta stretto. I suoi abitanti, queste bestie…
Loro mi guardano, mi osservano, senza capire… Come possono vivere, del tutto ignari di se stessi, vivere alla leggera, e credere ancora nelle cose che gli sono state dette, nei narcotici verbali che ti fanno assumere fin da bambino.
Quando sto con le persone, ho la sensazione che loro non avvertano ciò che io avverto, loro non sanno della mia capacità di vedere le cose dall’alto. Ed è così che si genera in me una forma di nausea, però una nausea che non induce smorfie, ma bensì un sentimento repellente che impedisce che io mi comporti in maniera disinvolta e naturale con gli individui con cui mi relaziono.
E’ una forma di controllo della personalità . Ti costringono a non pensare, perchè sommergono il tuo cervello di cose da fare completamente futili, per distogliere la tua attenzione.
Le folle, l’umanità sembra impassibile verso questo continuo, impalpabile deterioramento. E mi mancano gli strumenti per urlare a tutti quanto [RIVEDERE]
Da qui posso vedere uno specchio del mondo, cioè spazzatura sparsa per il pavimento. Una seggiola scricchiolante che distacca il mio culo dal suddetto. le caviglie larghe, le ginocchia strette, i talloni alzati. La testa mi cade sempre più giù, ma perchè spendere delle energie per risollevarla. La penombra, la solitudine, sono mie compagne. Ho imparato a conoscerle, a viverci, ad entrare in simbiosi con esse.
Passi. Tacchi. Da uomo. Con un piede spinge sulla porta. Questa rimane incastrata da sotto, sgangherata da sopra.
L’uomo sferra un calcio alla porta, aprendo un buco nel pannello semistaccato. Infila la mano all’interno e butta in terra un piatto di plastica con dentro cibo. Dopodichè si allontana.
Io nel frattempo non ho mosso un muscolo, nè ho intenzione di farlo. E’ un bel giorno per morire.
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Non so prender sonno, e questa situazione si ripete oramai da giorni.
Girarmi e rigirarmi non serve, è solo colpa mia, e dei miei fragili sentimentalismi repressi.
Com’era bella oggi, mentre mi teneva impegnato con quei giochetti infantili, e vagamente erotici. E non ho certo mancato il suo sguardo compiaciuto quando le ho dato un pizzico malizioso al sedere.
Ma no, sono solo mie stupide fisse, cosa mi viene in mente. Lei è solo una bambina che non prova altro che una forte amicizia ed un senso di sicurezza. Un pò quel che una ragazzetta prova per il suo cagnone.
Però è bella, questo sì. Quei suoi capelli biondissimi e le lentiggini, ad un tempo vamp e puberale…
Squilla una sveglia, la Voce mi ricorda che domani è il giorno dell’antìdio; se non dormirò entro mezz’ora entrerò in fase critica e non potrò sostenerlo. Lentamente, un braccio meccanico mi propone una mascherina per il viso. Ma sì, tanto che altro di meglio ho da fare.
Eccomi di ritorno al mondo. Oggi sarà una giornata lunga. Stiracchiarmi mi è impossibile in questa nuova cella. Almeno posso ancora sbuffare. La Voce oggi è irritante, sta blaterando un pò troppo. “Zitta, stronza”, le intimo. Prendermela con la Voce ha un pessimo effetto sull’autostima, ma tanto son tutte illusioni. Una in più non guasta.
Faccio per premere il pulsante di apertura, ma lo sportello mi precede, ed inizia a scorrere verso il basso. “Grazie” dico alla Voce, che non mi risponde. Si sarà “offesa”? Questo surrogato di sentimenti che hanno inserito da un pò nella Voce mi fa sentire prigioniero, devo ricordarmi di farlo disattivare.
Qualche volta penso di non salire su quel nastro trasportatore, a volte penso che sarebbe meglio lasciare tutti questi meccanismi da routine e mettermi a fare l’artista, magari addirittura andare a vivere all’esterno. Sono sempre tornato in me però, mi fa paura solo l’idea di provare freddo, caldo, di dovermi ricordare tutto, di dover CAMMINARE per andare nei posti, di dovermi organizzare la giornata… eppure i video-libri di storia sono pieni di gente che riusciva a fare tutte queste cose insieme. Solo pensare a quegli omuncoli mi fa provare tenerezza nei loro confronti… poveretti.
La posta di oggi che dice? Vediamo un pò: pubblicità , pubblicità , un depliant dei liberali… dice che vogliono proporre al Congresso un’ora libera al giorno per tutti da passare all’esterno… questa è bella! Dice perfino: “per ritrovare il gusto della vita”. Brrr, solo al pensiero mi vengono i brividi. Le mie pretese artistiche per oggi sono finite. l’esterno non fa per me.
Ok, rapida rassegna di nutrimento, bevanda energetica, il lava-bocca automatico come al solito fa i capricci… ok, posso salire sul nastro trasportatore. Cazzo, oggi c’è l’antìdio. Mi dò per malato, sì mi dò per malato… che palle. Bhè, ho saltato anche il precedente, dai, è inutile rimandare.
Che traffico c’è oggi, sono già in fila da 9000 secondi, ma così non si può, questa cazzo di Talia va sempre peggio. Roba da prima repubblica, è proprio il caso di dire. Gli infermieri hanno un muso agghiacciante. certo che fare questo lavoro deve essere massacrante. Ecco che il nastro si blocca, ti pareva. Ci comunicano che sono finiti gli aghi. C’è da aspettare 1000 o 2000 secondi. Non posso, che spreco di tempo che fanno. Come se non avessi di meglio da fare che stare seduto in questo nastraccio scomodo ad aspettare che muovano il loro grasso culo. Ecco gli aghi, ma il mio umore ormai è compromesso per tutta la giornata.
Quello davanti a me è quello stronzo di Ahbid, che oltre ad avere un nome di merda, è proprio coglione di suo. E’ il suo turno. L’infermiere gli prende il braccio, ZAK. Devo ammettere che godo solo al pensare che in quel momento abbia sentito dolore ed io no. Che stronzo. Ben gli sta. Sopra di lui si accende un luce verde. Cazzo, bastardo, non deve andare al depuro. Sarà per la prossima volta.
ZAK, cazzo, che male. Stavolta mi ha fatto molto male. Protesto con l’infermiere, ma è così sciatto e maldisposto che le mie proteste non sono nemmeno in grado di fargli cambiare espressione. La Voce avverte: “Esame anti diossine sul plasticista Garkmint. Livello di diossina nel sangue 37, si effettuerà una depurazione sanguigna del 30%”. No, questo no… muoio… per sicurezza alzo la testa sopra di me, e la luce è illuminata di giallo. Il nastro mi porta al depuro. Se c’è una cosa che odio è il depuro. Porca troia, anche se è solo il 30%, sempre dovrò subire i due buchi, e dovrò aspettare almeno 3/4000 secondi del cazzo. Non è possibile. La prossima volta cercherò di ritardare al massimo il controllo, almeno faccio in modo che si avveleni un pò di più il sangue, altrimenti la finisco bucherellato come una grata.
Fanno bene quelli che stanno in politica, a dire che questi impianti sono obsoleti. Come mai nelle altre circoscrizioni fanno l’antìdio ogni 500 giorni e noi solo ogni 300? Perchè i loro impianti sono migliori, non hanno fughe e fanno fondere la plastica a temperature inferiori. Certo che questo lavoro di merda è una vera merda. Ma d’altronde che fare, altrimenti? Il programmatore edile? Con quei robot catorci che sono ingovernabili? O il coordinatore dei robot pulenti, a respirare costantemente polveri? Che schifo. Se solo il governo ci aiutasse a viver meglio, l’uomo non dovrebbe combattere con questi problemi, che in un paese civile dovrebbero essere superati.
E’ tutto uno schifo, come al solito, chi ha il potere lo usa per farsi i fatti suoi, ed alla povera gente non resta che adattarsi e tirare avanti.
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Sono stato sul punto di farlo, di parlarne.
Ma ho vigliaccamente resistito. Ed ora mi chiedo perchè.
Forse il tenermi tutto dentro è un modo di esorcizzare, ma ingenuo, inconcludente. Non fa che alimentare questi miei blocchi, queste mie paure.
Del resto, imbattersi in queste problematiche è destino dell’uomo retto e puro di cuore. Colui che pratica l’ascesi spirituale non può esimersi dal conoscerle, affrontarle, ed infine dolersene. Colui che pratica l’ascesi, deve conoscere ogni lato dell’umanità , affinchè la sua ascesi possa ritenersi tale. Infine, come ultimo anello, l’uomo che eleva il suo spirito diviene retto e puro di cuore, e questo si implementa attraverso la rimozione di eventuali ostacoli tra cuore e cervello.
Il dato che maggiormente tormenta la mia consapevolezza è come il problema sia stato affrontato nel corso dei secoli. Eh sì, perchè purtroppo sono condannato a trovare fin troppo facilmente similitudini in contesti differenti, e questa virtù genera, alle volte, più dolori che piaceri.
Tutti coloro i quali hanno deciso di vivere pienamente la ricerca di qualcosa di superiore dentro se stessi, non fanno che pentirsene invariabilmente, nei momenti in cui ne conoscono le facce più dolorose.
E finiscono per valutare che il contrasto tra due essenze così intrinsecamente duali non può essere affrontato, se non con il soccombere di una delle due. Ma io, delle due, appartengo alla classe più spiritualmente debole e sensibile, malgrado le apparenze.
Le religioni, le massonerie secolari, non potrebbero esistere e sostenere questi conflitti in maniera duratura.
E’ così che spiego la misoginìa. Quanto vorrei sentire in questo istante una voce sottile e musicale…
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Questo periodo la mia vena poetica è inesauribile.
Eccovi un poema composto espressamente per una ragazza che conosco solo su msn, anche se non mi ha mai scritto mezza sillaba. Credo sia brasiliana o giù di lì.
When I see you, mi piga dolori a cù.
When you look at me, mi carriga arrettuminì.
Listen to the wind, bogarì sa murandin.
Listen to the stars, tengu ganna de cagars.
Loving you is a big big chance, deu bollu scetti coperri.
Loving me is like a proof, ti da pongu finze in cù.
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“Ã?Ë? da tempi oramai remoti che la nostra Confraternita gode di rispetto presso tutta l’alta società Massargiese. Questo rispetto è il nostro pane, la forza su cui si fonda la nostra stessa confraternita. E noi questa forza dobbiamo sfruttare al meglio. Fratelli della Lupa, siate venerabili.”
La platea fece un inchino, portando il piede destro avanti e chinando il capo all’uomo vestito da Gran Lupo, che improvvisamente ricambiò il saluto, si voltò e procedette verso l’esterno dell’aula, seguito da un altro Lupo che, in quanto ad abiti, pareva essere un suo sottoposto.”
Il pubblico era numeroso, completamente vestito con abiti simili a quelli dell’oratore, il volto coperto da maschere lupine.
Raggiunto quello che pareva essere un camerino, i due gerarchi vi entrarono, e si liberarono del travestimento.
Si somigliavano, entrambi tozzi e baffuti, con uno sguardo presente ed intenso.
“Che ora si è fatta?” disse uno dei due.
“Le sei e mezza. Cazzo, s’è fatto tardi” rispose l’altro.
“Presto, altrimenti rischiamo l’espulsione”.
Usciti dunque dalla porta laterale, e saliti in auto, un’auto nera lunga con autista, i due aprirono un valigione ed iniziarono a vestirsi con gli abiti ivi contenuti.
I travestimenti stavolta richiamavano all’antico egitto, con mani ed avambracci ricoperti da stretti guanti tubolari di materiale plastico, e decorazioni con geroglifici posticci, palesemente fittizi.
“Domani ho pure l’udienza dal GIP per quella truffetta… se non è un confratello mi tocca cercare di far spostare il procedimento con qualche scusa. L’avvocato dice che ci riusciremo. Starò a vedere.”
“Anche lui è dei nostri?”
“Certo, ti pare che prendo il primo venuto? Ã?Ë? della setta dei Felici Longobardi e pure di quella dei Neri Muratori. In entrambe sono almeno due gradi sopra di lui. Se mi fa arrestare lo faccio degradare.”
“Il potere ti sta dando alla testa”
Arrivati davanti al cancello, un uomo robusto ed elegante, con il viso da pugile e gli occhiali neri, si avvicina alla macchina. Tralascia di guardare l’autista, e si avvicina ai sedili posteriori, dove un finestrino si apre.
“Perchè siete qui?” chiede guardando in faccia i due fratelli camuffati.
“La vendita di cipolle grattugiate ci rende ricchi e forti” risposero in coro i due.
L’uomo, giratosi verso l’interno, ordinò di aprire il maestoso cancello, dando il benvenuto ai due.
Entrarono dunque nella sala riunioni e presero posto. Era una sala stracolma di gente, completamente in silenzio.
Un nano, vestito da faraone, stava facendo i primi saluti rituali.
Due suoi alfieri, in contemporanea, accesero delle grandi lampade ad olio, dando inizio alla cerimonia.
La mattina dopo, alle 9 di mattina Elidio Scoran sostava già davanti al Palazzo di Giustizia, coltivando il tabagismo con il suo avvocato.
“Stai tranquillo, se il giudice designato è qualcuno dei nostri, ne uscirai pulito” fu la frase rincuorante del legale.
Presentatosi dunque dinanzi alla porta del magistrato, Elidio spinse nella maniglia ed entrò senza bussare. Fatto un passo all’interno, incrociò le gambe e si sedette sulle ginocchia, guardando il giudice e indicando con il pollice sulla destra. Il giudice lo guardò a lungo, poi si sollevò e rivolse le mani verso di lui, mostrandogli le palme, e dicendo: “Buongiorno, lei dev’essere il signor Scoran. Lieto di conoscerla.”
Elidio dunque si girò voltandogli le spalle, ed inclinando la testa sulla sinistra, e disse: “Piacere mio, signor Giudice”. Fatto questo, si voltò nuovamente e gli strinse la mano. Nello stringerla, il medio e l’anulare del giudice si richiusero e premettero contro le pareti del palmo di Elidio.
“Si accomodi, prego”, disse il giudice, sedendosi; mentre si sedeva aveva le braccia allargate in orizzontale, poi le richiuse e prese una penna dal tavolo.
Nel sedersi, Elidio fece un cenno con l’avambraccio, quasi a voler fare una pernacchia.
Al termine della conversazione, Elidio raggiunse il suo avvocato, in attesa nell’atrio.
Nel raggiungerlo, gli afferrò il braccio con fare affrettato.
“Cazzo porcatroia! Appartengo a 14 logge, 14 logge del cazzo, e nemmeno una è quella di quest’idiota di giudice. non ho autorità su di lui. Mi vuole incriminare. Puoi fare qualcosa per aiutarmi?”
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