Osserva lo schermo nero, un po’ schifato e vagamente annoiato. Le parole che vi si compongono, in piccoli caratteri bianchi, lo annoiano. La postura è la solita, quella che il medico ha proibito.
Il pigiama bianco a pallini rossi non si addice al suo essere introverso.
Dietro, la tazza di ginseng liofilizzato non fuma più.
Scarabocchia velocemente qualcosa nella tastiera, dove le lettere dei tasti quasi non si leggono più, e quell’impavido che si dovesse accingere a digitare qualcosa proverebbe disgusto dalla sensazione di appiccicaticcio.
Le dita si aggrovigliano a formare uno spietato fuck1n’ 4ppl3 a velocità  prossime a quella della luce, ma il suono del tasto enter è quasi impercettibile.
Si alza, e si volta, per poi subito guardare nuovamente l’angolo in basso a destra dello schermo. Non è rosso, può andare.
L’abbigliamento, se così si può definire, è costituito da una maglietta nera dal fondo slabbrato, che copre appena gli slip bianchi, dove non ti stupiresti di trovarci buchini qua e là . A volerli cercare, s’intende.
La mano destra si dirige verso il fondoschiena, infilando un dito in un preciso punto dell’interno-chiappa sinistro, e raschiando coll’unghia una sola volta il millimetro quadro di pelle pruriginosa; tutto questo mentre la sinistra infila la tazza di ginseng nel microonde e preme il tasto max. Poi la destra torna nelle vicinanze del volto, ad intrappolare uno sbadiglio in fuga.
Un debole beep dalla zona del computer lo informa che il suo interlocutore ha risposto all’imprecazione. O forse che qualcun altro gli ha chiesto un’informazione, alla quale replicherà  stringato e scorbutico. Tuttavia il beep è un richiamo a cui non sa resistere, e si fionda a leggere lo schermo.
Esso recita: CTCP Version from zigoga81, received at hour 17:47
e subito dopo il computer risponde in automatico: CTCP Fuckyou from me, now fuck away, bob, apostrofato da un ghigno di approvazione.
Allora fruga nelle tre finestre, alla ricerca di eventuali messaggi, scorrendo le finestre premendo due tasti lontani con una sola mano, mentre l’altra sorregge la testa pesante. Un messaggio lo attrae, perchè contiene qualcosa di simile al suo vero nome, che quasi nessuno conosce, fra gli amici digitali. In realtà  la scritta era rivolta ad un certo Johnson, ed un pensiero gli balenò per un istante, ovvero a quanto sarebbe stato orribile avere un nome così banale. Johnson, bah.
Jantes è molto meglio. E vuoi mettere l’originalità ?
Làggiù iniziano a sentirsi gorglìi minacciosi. Il thè!
Corre indietro ad accudirlo, ma il danno è fatto: la bevanda è fuoriuscita allagando il fondo del forno e parte della mensola che lo sorregge.
Arriva una telefonata, accompagnata da un goddamnit stizzito. La cugina Carla è arrivata dall’Italia, preparati che andiamo a farle visitare la città . La disapprovazione giunge ad uno stadio sublime.
Prende lo straccio per i pavimenti, assorbe il thè sia dalla mensola che dal forno, dopodichè lo scaglia con noncuranza sul tavolo da pranzo.

La cugina Carla è una biondazza platinata di circa 29-30 anni, bassetta e un po’ larghetta di culo (o sovracculo, come dice il suo chat-master), con una forte passione per la cioccolata ed un’altra per il parlare.
“Tu devi essere il famoso Jates, vero?” fu la sua prima frase, infelice quanto la risposta fulminea: “Si vede che non lo sono abbastanza, perchè mi chiamo Jantes, in realtà. Tanto che intervenne la madre, una grassa signora, affabile ed iper-protettiva che disse “oh Carla, non farci caso, lui è così, sai….”
La discussione di circostanza (perchè non solo le frasi possono esserlo) si protrae più a lungo delle più grigie previsioni di Jantes, che si fruga nervoso la barba e guarda l’orologio con una frequenza tale che raramente sono passati due minuti dalla volta precedente. A parte brevi frasi saltuarie di Jantes, volte ad evitare le occhiatacce della madre, le uniche due a parlare, con un sorriso quasi entusiastico, sono Carla e la signora Maddie, che l’italiana si ostina a chiamare con l’ormai dimenticato vero nome, Maddalena.
Nel tavolino accanto, proprio dietro il burbero programmatore, prende posto una coppia di gioiosi giovincelli, forse freschi di matrimonio, che si guardano entusiasti.
Accade l’irreparabile. In questo frangente arriva al tavolo Albert, figlio di Maddie e frutto del suo secondo matrimonio. Albert è un diciassettenne appariscente, costantemente eccitato. Capelli biondi, rigidi ed organizzati in una perfetta cresta, orecchini disseminati ovunque, vestiario attillato e parlata gergale. Si siede e gli rivolge la parola. Ciao, fratellastro. La risposta è un sorriso, il primo elargito da almeno un’ora, tanto che la sensazione è quella della pelle delle labbra che si allunga pericolosamente. Meglio bagnarle con della birra. In questo posto non hanno il chinotto. Dilettanti.

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