Il caso che ci fu sottoposto era così difficile che valutai per diverse ore se accettarlo o meno.
Poi l’effetto delle pillole svanì, e sia io che Frank ci ritrovammo in ballo con l’ennesima patata bollente da pelare.
Immaginate un bel giorno di svegliarvi la mattina, bere il solito rum, fumare il solito sigaro, giocare la solita partitina a poker, fare sesso con l’anziana governante ed infine fare toeletta.
Immaginate di osservare il vostro scroto, al momento del bidet, e di constatare l’assenza totale di peluria.
Immaginate infine di essere nati e vissuti in Lucania.
Bene, questo è l’incubo che tanti maschi di trentaquattro anni vivevano in quel momento.
Inizialmente, il buon vecchio Frank, sorrise di stupore alla notizia, eppure l’intera economica regionale era ormai in ginocchio, a causa di ciò che i commentatori più attenti avevano ribattezzato come “scrotondo”.
Qualsiasi fosse la causa, dovevamo agire in fretta, prima che mercati interi venissero intaccati nello snodo economico mondiale più delicato.
La produzione di liquirizia in Basilicata.
Non sapevamo perché, né “percome”, ma l’Agenzia si rifiutò di renderci edotti sulla correlazione esistente tra lo scrotondo e le fabbriche di glycyrrhiza glabra, fino a che Frank minacciò di essere contaminato, brandendo la siringa carica d’aria per tutto l’ufficio.
Seppur continuando a tenerci all’oscuro della segretissima e antica ricetta della liquirizia lucana, ci raccontarono che diversi casi di morte si erano verificati tra i lavoratori della fabbrica.
La dinamica della morte era quasi sempre la stessa: tutti i manovali costretti a lavori di precisione sospesi appena sopra i vasconi della pasta liquirizia, vinti dal prurito cominciavano a grattarsi i testicoli, dimenticando ogni norma di sicurezza e precipitando nel vascone per morire orribilmente.
Quando Frank seppe questa storia cominciò a ululare come un gatto.
“Se mai dovessi morire, “ mi disse, “tutto ma non la liquirizia: fammi a pezzi e butta tutto ai maiali.”
Pochi secondi dopo si smentì, suggerendo un modo divertente e creativo con cui rivisitare il culto dei morti.
“Lega il mio cadavere ben stretto ad un motore Evinrude, dopodiché lanciami a tutta velocità, controcorrente su un fiume qualsiasi del Parco Nazionale Katmai: questo dovrebbe essere sufficiente a far sì che qualche orso bruno mi catturi scambiandomi per un salmone!”
Facemmo anche delle prove, effettivamente funzionava!
Ci recammo in Lucania ad investigare sull’accaduto.
Frank sembrava rinato: ghiotto com’è di liquirizia non mangiava altro, con tutti i rischi che questo comporta per il fegato.
“Il fegato si rigenera, non preoccuparti!”, mi disse completamente verde in volto.
Decidemmo di penetrare nella fabbrica durante una notte di luna piena, e lì scoprimmo la reale causa delle morti bianche: attorno al vascone, un gruppo di venti dipendenti si sporgevano in modo da immergere lo scroto, per l’appunto, all’interno della vasca di liquirizia, tenendosi il pene stirato verso l’alto con la mano destra (o la sinistra nel caso dei mancini).
“Ecco la ricetta segreta della liquirizia!”, disse Frank: “È necessario sommergere nella pasta almeno venti scroti umani, per ottenere quel sapore forte che da anni delizia i palati dei consumatori!”
Proprio in quel momento, uno dei lavoratori sporgendosi troppo cadde nella vasca.
Ecco com’erano morti tutti quegli uomini!
Per quanto ci sforzammo non ci fu nulla da fare: tentammo di afferrarlo per le mani, per i piedi, perfino per il pene, però niente: andò giù nel nero acre della liquirizia.
Subito salimmo le scale di un’impalcatura che conduceva alla direzione della fabbrica, e lì trovammo uno spettacolo disgustoso: un cervello tentacolato dotato di occhi controllava i livelli dei macchinari, spostando leve e premendo bottoni.
Quando si voltò, capimmo di avere di fronte il padrone della fabbrica.
Frank gli bloccò i tentacoli, io gli posi ghiaccio nelle mucose per costringerlo a parlare.
Ci rivelò di aver diffuso lo scrotolindo-virus con l’intento di aumentare la superficie scrotale immersa nella liquirizia dei suoi dipendenti, per ottimizzare la produzione, ed evitare le impurità causate dalla perdita di peli che immancabilmente creavano un problema nella catena di produzione.
Frank, per contrappasso, iniettò lo scrotolindo direttamente sul cervello, che cominciò ad avere una strana anafilassi: i tentacoli si irrigidirono, così la testa, e quella cosa divenne una specie di tavolino ad otto piedi.
La finimmo tutti e diciannove, quella notte, seduti attorno al tavolo-cervello, a piangere il ragazzo caduto sul lavoro.
La missione era compiuta, ma ci aveva lasciato dentro un nodo irrisolto ed indelebile, che tutt’ora ci portiamo dentro.
Come cachet per il servizio, io e Frank concordammo con la nuova gestione della fabbrica una rondella da un quintale, che tutt’ora amiamo affettare e gustare in periodi di inedia.
Sgnack!
Archive for the ‘Gruppi di Simmetrie’ Category
Io e Frank (3)
Tuesday, September 7th, 2010Io e Frank (2)
Thursday, July 29th, 2010Rapidi come mosche-tigre impazzite, questa volta un compito ingrato attendeva me ed il buon Frank.
L’invasione di maiali volanti faceva da contrappunto all’invasione di topi di fogna giapponesi, quando l’agenzia delle entrate ci chiamò rivelando i suoi bisogni inconsulti di entrate.
Una piccola filiale Unicredit in Liechtenstein applicava avanzatissime tecniche di signoraggio, drenando soldi dalle tasche degli italiani direttamente in quella grossa vena cava rappresentata dal circuito bancario.
Ed ecco che, mentre Frank cercava di respingere con uno scacciamosche un maiale alato che tentava un’improbabile arrampicata sul parapetto della finestra dell’ufficio, scoprimmo che gli italiani, per un vizio del sistema fiscale, non pagavano più le tasse allo Stato, bensì alle banche…
Il problema pareva insormontabile.
Talmente insormontabile che Frank, facendo spallucce, si limitava a schiantare al suolo i maiali volanti più impacciati, che fra grugniti si spiattellavano sull’asfalto con gran gioire dei topi e di Frank, da sempre sostenitore del maiale a crudo.
Ebbi un’idea: il vizio del gioco è qualcosa a cui nessuno può resistere, nemmeno le banche.
Così, come avrete già capito, rimettemmo insieme la vecchia squadra di poker, strappando i vecchi membri alle loro rispettive famiglie.
In un’occasione fu addirittura necessario utilizzare il pene di Frank come sfollagente, grosso e venoso al punto di impaurire anche le donne più vissute, anche se mai abbastanza per respingere le over-sessanta.
Non farò i nomi dei componenti della banda, perché me ne vergogno.
Così conciati, pronti e debosciati al punto giusto, partimmo verso il Liechtenstein.
La strada è facile: Cagliari, Olbia, Livorno, Trieste, Bratislava, Ankara, Baku, San Pietroburgo, Dubna, Vaduz.
Mazzo nuovo, whisky, mezzo toscano bagnato nel caffè.
Chi può mai resistere ad una combinazione simile?!
Tutto il paese fu trascinato in una samarcanda di puntate, e gli Ovest-Europei, in tale occasione, si rivelarono dei veri e propri porci.
A coronare il tutto, i maiali volanti ci raggiunsero anche lì, avvisandoci che i ratti giapponesi sarebbero arrivati a breve, facendo apologia per il loro ritardo dovuto al trasporto via terra.
Frank ne colpì qualcuno, poi però il poker lo portò via dalla discussione coi suini.
Sapete com’è Frank, quando comincia non riesce più a smettere, esattamente come i cittadini di quello stato di cui non ricordo ormai più il nome.
A breve le banche furono informate di quanto fosse piacevole il gioco d’azzardo, ed abbandonarono subito le rischiose operazioni di stock marketing sulla compravendita di maiali volanti e ratti giapponesi… questo, in sé, sarebbe da considerare una parziale risoluzione del caso.
A breve sbancammo le banche, che non facevano altro che rilanciare in modo scriteriato, fino a puntare tutti i proventi dalla truffa del sistema-tasse italiano.
Quando li lasciammo in mutande, ci implorarono qualche fiches di consolazione, che sdegnati gli negammo (da pessimi giocatori quali siamo).
Nel frattempo arrivarono i ratti, che fecero un sol boccone di tutto il personale della banca, dal direttore fino alla donna delle pulizie, giustamente.
Riportammo i soldi a Roma, in una salva di applausi, coperti solo dal ronzio dei maiali, che per festeggiarci decisero, per quel giorno e solo per quel giorno, di non defecarci in testa durante il transito al Viminale.
Per sdebitarsi, lo Stato Italiano, ci propose un condono sui proventi in nero che la nostra agenzia investigativa accumula ormai da anni, e decise inoltre di aumentare il debito nei confronti della Regione Sardegna, drenando le tasse dei lavoratori sardi in Sicilia.
Quanto a noi, che del sistema monetario ormai siamo esperti, continuiamo a nutrirci di maiali volanti e talvolta di ratti giapponesi.
Doveste sentire il casino che fanno: VROOOAAARRR!
Io e Frank
Sunday, July 18th, 2010Quella volta, il Governo chiese all’Agenzia di indagare su un’invasione di vampiri etiopi.
Io ed il mio aiutante Frank attendevamo con ansia il giorno di una prova simile, giocando a freccette ed eliminando, una ad una, le bolle da un bicchiere di acqua gasata.
Pochi sanno che i vampiri etiopi sono dannosi solo se di sesso maschile, in quanto quelli di sesso femminile continuano ad avere le mestruazioni (spesso abbondanti) fin dopo la trasformazione, e questo implica la possibilità di autoalimentarsi senza pratiche di caccia.
Coi vampiri etiopi di sesso maschile, invece, la questione è parecchio più delicata: odiano il sangue mestruale vampiro, e cacciano durante le ore notturne.
Contrariamente a ciò che si pensa, trovando repellente il mestruo, si concentrano su prede maschili, spesso vergini.
Essendo, in epoca moderna, la verginità maschile una condizione frequente, potete immaginare cosa significò per un’isola come Cipro, una tale e nefanda, riprovevole epidemia…
Fatte salve le donne, tuttavia, io e Frank ci concentrammo sul piano di viaggio.
Ambedue stabilimmo che uno studio preliminare in Etiopia avrebbe rappresentato certo una perdita di tempo… ma piacevole!
Quindi, sorseggiando un nero caffè, affrontammo la solitudine del deserto collinare in cerca di qualche serpente raro e velenoso, e verso sera pianificammo il viaggio a Cipro.
Appena sbarcati ci attaccarono, denti aguzzi e acuminati, il pilota morì sul colpo, salvo poi attaccarci anch’esso.
Non si aspettavano però la sorpresa che io e Frank gli propinammo: dei fucili ad acqua caricati con mestruo, utilissimi contro quella particolare specie di vampiro, ed efficaci pure contro i testimoni di Geova.
Schizzando sangue mestruale ovunque, ci facemmo largo verso il secondo aereo, su cui salimmo lasciando Cipro alle nostre spalle.
Il mestruo non era abbastanza, sarebbe stato necessario pianificare una tecnica molto più elaborata, qualcosa di scacchistico, ma senza arrocco corto.
Trovammo una soluzione semplice e geniale: organizzare trasfusioni clandestine di sangue mestruale nei corpi dei maschi adulti ciprioti.
Così, sicuri del fatto nostro, ci inabbissammo nelle fogne di Barcellona per rispuntare, non visti, da un tombino in Cipro.
Io, Frank, e Caracalla Rotterdam (un dottore di nostra conoscenza) passammo una mattina ed un pomeriggio infernale, pompando sacche di sangue dentro vene ignare.
Era facile, tuttavia, in quanto la scusa era banalmente attraente: le nostre cavie erano distratte da canti gregoriani e vodka, e facilmente allargavano le braccia non curanti dei nostri aghi.
Quando fu notte, ci tenemmo la mano in attesa dell’attacco, che non tardò ad arrivare.
I vampiri mordevano le vittime, per poi esplodere.
Le vittime, tuttavia, diventavano vampiri, ed il sangue mestruo nel loro corpo, da noi innestato, generava una seconda esplosione.
Quella notte… oh, sì! Quella notte festeggiammo alla grande, in un mare d’esplosioni mestruali.
Fu così che io e Frank portammo a termine quella difficile missione, ed il Governo, in cambio, ci permise di tenere i flaconcini avanzati che utilizzammo per dei gustosi cocktails.
Cin cin! Tling!
Il mio modello
Thursday, April 1st, 2010Se fosse bruno e bello ed alto e forte,
lo giocheresti come fosse un porco;
per questo il mio modello è brutto e sporco,
è grasso, ha il pene moscio e gambe corte.
Se fosse donna splendida e formosa
la tratteresti come fosse cagna;
però la mia modella non è degna
nemmeno della bestia più schifosa.
Se metto in posa solamente storpi
puoi solo contemplarli, senza indizio,
e riconoscer l’arte in turpi corpi
strappato dal superficial giudizio,
e prima che le idee, malizia, accorpi,
ti priverò del vanto d’altrui vizio.
Gli istanti dopo l’esplosione
Wednesday, November 18th, 2009Verte tutto sull’esplosione
e mi fa scoppio, intonaco,
ciocca sul muro.
Mi fa cannone
sparso sul palazzo,
da grattar via
e umiliato.
Il peccato d’essere
drasticamente evaporato
nel rozzo tentativo
di bloccare una valanga,
e solo per vent’anni.
Ora quei luoghi sono teatro
delle colpe che muovete
come storpie marionette.
Strappato al nido
in un volo sgraziato,
ma forte abbastanza
perché le mie memorie
vi lascino nudi
e soli.
Novità in libreria
Monday, October 26th, 2009Salve a tutti,
dopo mesi di assenza dell’intero blog, torno sul web per segnalare la presenza in libreria di due progetti letterari di cui ho avuto l’onore di essere co-autore: l’Antologia associata al “Premio Astrolabio 2008” e l’Antologia associata alla “III edizione del Premio Letterario Giovane Holden“.
Grazie per l’attenzione e a presto.
Amburgo
Monday, July 6th, 2009Solitamente cerco un modo efficace di raccontare le cose, ma oggi non è proprio giornata.
Non è giornata, quindi mi limito a mettere in fila avvenimenti, uno dietro l’altro, come il trenino della più triste delle orge che riuscireste mai ad immaginare, con tanto di falli in gomma e massaggiatori vibranti per testicoli.
Quello che vorrei dire, senza mai scadere nel banale e nel ridicolo, è che i cinque giorni che ho passato in questa stanza d’albergo, praticamente nella loro interezza, sono stati come un viaggio brutale e stupido dentro me stesso, faccia a faccia con la psichedelia idiota del reale.
Circondato giorno per giorno da personaggi degni di tal caratterizzazione, un tuffo nella Amburgo più piovosa e grigia pensabile, vissuta nelle zone suburbane e popolate da una selva infestata di ratti umani dagli accenti duri e aggressivi.
Ho popolato una stanza d’albergo, con un codice d’ingresso che mi ha risparmiato anche il piacere di sentir tintinnarmi una chiave in tasca.
Colori sgargianti e fastidiosi, vita frenetica.
Sono come una spia che ha perso il contatto con la sua base, e non vi parlo di un James Bond capace di muoversi e dare a Sua Maestà quello che si merita, ma di una specie di profugo, di un agente perso nei meandri della sua missione, senza più arte né parte.
Non fa per me, penso.
Eppure sono qui, a digitare codici, andare e venire in quest’albergo, vestito come un idiota, con una coperta verde che mi avvolge le gambe fino al polpaccio, pareti turchesi, mobili in finto legno satinato, parete con colori primari, specchio enorme davanti, letto doppio, e tutto questo mi minaccia.
Salire nell’ascensore e vedere nani che entrano, sorridono, e premono il pulsante del settimo quando tu vorresti andare al primo, camminare in corridoio e vedere un uomo nudo che si copre con le mani, e poi cammina tranquillo verso la camera.
Queste sono le cose verso le quali, per quanto vi sembri strano, mi sono sempre sentito pronto, nonostante non me le aspetti.
Ho già detto che mi muovevo come un ratto per la suburbia? Sì, ma quello che non vi ho detto è che ho fatto mia la vita che si è svolta in quegli anfratti umani.
Ho fatto spese, conservando gli scontrini come un ragioniere privo di ogni capacità emozionale, ho salutato barboni come si salutano gli animali di uno zoo in cui le gabbie sono sociali, ho nuotato nel fango ruvido e puntuto degli orari dei treni e degli autobus, tra la pioggia e versi, tra poesie e bocche cucite, tra gente che mi toccava e mi diceva cose che non capivo.
Ho viaggiato.
Mozart è stata la mia colonna sonora, e le docce sono state il mio passatempo.
Ho amato, ho riacquisito la mia solitudine, preso e perso l’entusiasmo, e tutto questo milioni di volte, ho saputo e ho ignorato, ho scritto e letto, ho ascoltato e taciuto.
Quello che mi rimane è un cestino pieno, dei pompelmi scambiati per arance, prosciutto crudo affumicato, formaggio a fette, pane a fette, succo all’arancia, un caffé orribile, un letto ancora fatto, una valigia da fare, una notte insonne, l’ultima in questo posto senza grazia.
Tende chiuse.
L’idea di dovermi mettere del cotone in una ferita che ho aperta in bocca.
L’idea di dovermi staccare da tutto, prima di raccogliere le idee.
Le raccolgo, e ascolto Mozart ancora.
E quello che è più assurdo e sublime, è che non ho bisogno di nulla.
Ho giusto un po’ di stanchezza, ma sono assolutamente lucido, e non ho bisogno di nulla.
Perché ho tutto.
E il topo striscerà fuori e prima di impazzire prenderà un aereo, tra poche ore.
Abbandonerà i colori accesi e disturbanti, gli accenti forti.
E qualsiasi cosa succeda, è felice.
Alba inconsapevole
Tuesday, April 7th, 2009Contro ogni forza,
sfuggendo da ogni supposto dovere,
in una strana alba fredda
ho taciuto
nell’attesa consapevole
di uno scampolo di perfezione
da te distrattamente ignorato.
Ma il tempo è avaro di bellezza
e per questo, la personale e sciocca
forzatura
di nascondere quel primo e freddo sole
mi permette, ogni cieco giorno,
di conservarlo, pulito ed ingenuo,
dentro ciò che sono convinto di essere.

Dopo morto idratami il corpo (7)
Tuesday, March 17th, 2009Stanza di ospedale. Marco. “Bip”. Gli amici. Sibilla tira fuori un tomo incredibilmente grosso e pesante. Lo apre ed esclama…
Sibilla: -Gente… il testamento di oggi sembra parecchio lungo! Ci sono precise indicazioni: dovrei leggervelo ad alta voce…
Sibilla comincia a leggere il monologo, e mentre parla la sua voce si sovrappone a quella di Marco per qualche secondo, poi sfuma per lasciare spazio solo a quella di Marco. Contemporaneamente l’inquadratura sfuma dall’ospedale per passare ad inquadrare una spiaggia all’alba. Tutto il monologo si svolge in un tempo per il quale il sole spunta dall’orizzonte e vi emerge completamente, con un riflesso sul mare. Monologo.
“Ci sono cose che il tempo ruba.
C’è la voglia di fare qualcosa di specifico, o la voglia di fare tutto.
La più pericolosa.
C’è la tristezza, la gioia, sentimenti molto vivi, che per fortuna proviamo e poi dimentichiamo quasi totalmente, ma li appuntiamo nella nostra storia personale con piccole note di merito o demerito.
Ci sono momenti particolari, legati ad una qualche emozione che ha rivoluzionato la nostra vita, oppure a qualche fatto insignificante che ha avuto conseguenze incontrollabili e magnifiche.
Poi c’è stato un tempo in cui ci siamo sentiti amati, con passione ardente, traditi per ripicca, scossi dall’attrazione.
Un altro in cui ci siamo sentiti vecchi e stanchi e svogliati e vissuti e tanto maturi da essere andati a male.
Ci siamo sentiti ormai lontani da una giovinezza ormai solo da rimpiangere.
A volte il nostro amore è stato sparso verso vortici di vento terribili, che ne hanno decimato le scorte per un raccolto che poteva essere fruttuoso.
Altre volte eravamo impauriti e tremanti come un fuscello, quando qualcuno provava ad amarci, e non capivamo come fare a spiegare, dall’arrocco in cui ci eravamo reclusi, che era solo una piccola e stupida paura di essere ancora maltrattati.
Forse vi è capitato che, proprio mentre eravate chiusi in voi stessi e pronti a difendere con tutta la forza ogni singolo istante, sia arrivato qualcuno.
Dopo una vita di tempo rubato.
Qualcuno che vi ha regalato un po’ del suo tempo, facendovi capire che tutto quel dare aveva un senso.
Con pochi e piccoli gesti.
Qualcuno che ha fatto qualcosa per voi, senza niente in cambio.
Solo perché vi voleva bene, in qualche modo.
O solo perché spettava a voi, in quel momento, ricevere qualcosa.
A me è capitato.
Ho avuto la fortuna di vivere queste sensazioni.
Sentire il tempo che mi veniva restituito.
E io penso che questo sia il motivo per cui viviamo: per scoprirci, un giorno, parte di un ingranaggio splendido, con il nostro ruolo che necessita solo di un riconoscimento sincero, magari un sorriso o una parola.
Questo è il motivo che ci fa importanti.
Il “perché sono vissuto”.
Perché noi dobbiamo dare a qualcuno, per ricevere da qualcun altro, in un delicato meccanismo in cui ognuno ha la sua precisa parte.
E quando tale ruolo si esaurisce, è giusto riconoscerlo con il sorriso.
Scherzare sulla propria vita e sulla morte, come si faceva da bambini quando urlavamo “bara liberi tutti” fra la gioia di tanti piccoli occhi felici, o quando ci si chiedeva in modo vago cosa volesse dire sparire, ridendone subito dopo.
Per questo ho voluto giocare con voi in questi ultimi giorni: perché la risata vi abbracciasse calorosa come se fossero ancora le mie mani a scaldarvi.
Il mio ruolo si esaurisce con quest’ultima richiesta: tenetemi le mani, mentre insieme spegnete le macchine restituendomi così alla gentilezza dei vostri ricordi.”
Spiaggia sfuma, si torna all’ospedale. I ragazzi spengono tutti insieme le macchine, salutando e sorridendo verso la telecamera. Il “bip” costante diventa un “bip” continuo. Sfumare in nero.
Dopo morto idratami il corpo (6)
Thursday, March 5th, 2009Ospedale. Marco nel lettino. “Bip”. Sara, Jacopo, Sibilla, Daniele. Un uomo in giacca e cravatta entra nella stanza.
Uomo: -Salve a tutti, sono il rappresentante della Commissione Etica Speciale costituita dal Governo appositamente per vagliare il caso di Giovanni Marco Pruna.
Daniele: -Cioè?! Mi faccia capire: il Governo ha costituito una Commissione Etica per valutare cosa?!
Uomo: -Per valutare il caso di Giovanni Marco Pruna.
Jacopo: -Sì, questo l’avevamo capito… ma volevamo capire cosa c’è da valutare.
Uomo: -Le implicazioni etiche della sua situazione. Qualunque cosa questo voglia dire.
Sara: -Non c’è nessuna implicazione etica: si tratta solo di un caso come tanti di gestione ed organizzazione della morte di una persona. Esistono contesti socio-culturali in cui tutto questo è vissuto in modo naturale e senza troppa sovrastruttura. Marco ci ha lasciato scritto quello che dobbiamo fare. Valutazione conclusa.
Uomo: -Non è così semplice: ci sono implicazioni legate all’importanza ed al valore che diamo alla Vita.
Sibilla: -Senza offesa per la vaghezza del suo discorso: la coscienza di Marco dorme e non c’è alcuna possibilità fenomenologica che si risvegli ancora. Le funzioni cognitive sono morte. Solo le macchine tengono in vita il suo involucro vuoto. Davanti ha una cosa, non Marco. Ciò che sta su quel letto non è molto diverso da una pietra, un ramoscello, o un impiegato comunale.
Uomo: -Ma vi rendete conto di quello che dite?
Daniele: -Sì, che faremo ciò che Marco ci ha chiesto.
Uomo: -Ma così facendo vengono meno i precetti stabiliti dalle nostre radici culturali!
Jacopo: -Quali? Quelle sarde? Allora forse dovrebbe compiere un’indagine su una tradizione antica della Nostra Terra, legata ad atti di eutanasia. Una figura femminile detta Accabbadora, per centinaia d’anni si è occupata di somministrare la morte ai malati terminali sofferenti. Veniva convocata dalle famiglie bisognose, e si presentava pronunciando le parole “Dio sia in questa casa”. Dopo aver allontanato i familiari dal capezzale, praticava l’eutanasia per mezzo di una martellata in fronte. Veniva ringraziata quindi dalla famiglia del morto, e andava via senza percepire alcuna ricompensa. Gli ultimi casi documentati risalgono addirittura alla seconda metà del secolo scorso. Deve capire che è solo un modo diverso di concepire la vita e la morte: non c’è nulla di eticamente sbagliato o di irrispettoso nei confronti della Vita. Certo non è mai bene arrivare agli eccessi: ad esempio personalmente non accetterei mai che del mio corpo venga rivenduto il controfiletto. Ma questo è un altro discorso. Forse.
Uomo: -E così parlate di praticare l’eutanasia con tale leggerezza! Questo è inaccettabile!
Sara: -In realtà ciò di cui parliamo, in questo caso particolare, è di sospendere il trattamento terapeutico che non ha alcuna finalità migliorativa, ma solo di mantenimento delle funzioni vitali. La morte clinica è già sopraggiunta. Dobbiamo staccare le macchine da un cadavere dentro il quale stiamo forzatamente facendo fluire il sangue e l’ossigeno. Per quanto questo sia affascinante sotto ogni punto di vista, impone una riflessione: perché tutte le volte che sento “Tengo la camisa negra” non riesco a smettere di ballare la mazurka? e ancora: chi l’avrebbe detto che i testicoli maschili fossero un antistress così efficace?
Tutti quanti si voltano verso Sara.
Sara [stizzita]: -Che avete da guardare? Sì, gli strizzo le palle quando sono nervosa, e allora? C’è chi scapocchia i cerini e c’è chi strizza le palle, va bene?!
Sibilla: -Per carità… [rivolta a Sara] non sarò certo io a giudicarti… è solo che sono un po’ confusa dalle circostanze: continuo a non capire come si pone il problema etico. Strizzata di palle esclusa.
Uomo [altisonante]: -La Vita va difesa fino alla fine: le macchine non si possono staccare per un capriccio!
Daniele: – Ma quale Vita! ma quale capriccio! Guardi qua! [strizzando le palle a Marco] qual è l’essere umano di sesso maschile che a quest’ora non sarebbe già tornato in coscienza, se non fosse stato morto? Mi meraviglia che non resusciti! Provate anche voi!
A turno, tutti strizzano le palle a Marco, tranne il funzionario del Governo.
Daniele [rivolto all'Uomo]: -Deve provare anche lei!
Con titubanza, l’Uomo si avvicina al lettino e strizza le palle a Marco, prendendo una scossa folgorante. Stramazza al suolo. I ragazzi entusiasti della buona riuscita dello scherzo si abbracciano, si danno il “cinque” e ridacchiano.
Daniele: -Il vecchio scherzo delle palle elettriche ha funzionato anche stavolta! [ride]
Inquadratura sul gruppo di amici che si abbraccia. Sfumare in nero.
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