Mai come in questo momento è drammaticamente necessario adottare una visione marxista della realtà sociale che ci circonda.
Ciò che stiamo vivendo, infatti, è esattamente il prodotto di un processo di “sviluppo” che si porta avanti da diverse ere generazionali.
Ahimè è difficile constatare la realtà delle cose con occhio obiettivo, tantopiù che l’animo umano è incapace di accettare la cruda realtà per quello che è, ma lavorando probabilisticamente su elucubrazioni fantastiche cerca sempre di edulcorarla, per evitare la consapevolezza della nevrosi soggettiva ed oggettiva.
Cerchiamo di agire con metodo induttivo, per non costruire l’analisi con metodo piramidale, dall’alto, e rischiare così di essere liquidati in modo rapido e superficiale con etichetta di “teorici puri”.
Le categorie in cui è divisa la società “giovanile” odierna richiamano facilmente (ed in modo drammaticamente caricaturale ed innaturale) alcune correnti artistico-musicali che hanno investito la società piccolo-medio-borghese internazionale negli ultimi 35 anni circa: dark, punk, metal, cremini, ippoppettari, discotecari, e chi più ne ha più ne metta.
“Caricaturale” perché spesso, la scelta (nei casi più consapevoli, ed allo stesso tempo più conformisti) di appartenere ad una determinata “corrente”, è completamente avulsa dalle motivazioni socio-culturali che ne hanno portato alla nascita, progressione, ed infine sviluppo decadente (durante il passaggio, ormai canonizzato in questi anni, da “controcultura” a “sottocultura”); quando inoltre al conformismo si aggiunge una consapevolezza intuitivamente superiore, si rischia di giungere anche a forme di nevrosi, che producono l’estremismo tanto squilibrato di cui ogni giorno ci si può rendere conto e dolere.
“Innaturale” perché è un tentativo irrazionale di scostarsi dalla propria essenza, cercando una conformazione sociale schematica precostituita, forte solamente di una scelta (anche nei casi in cui sia consapevole) esclusivamente “quantitativa”: è un tentativo di sfuggire alla conformazione omologandosi (per assurdo) a realtà aliene (e spesso alienanti) di massa, in nome dell’accettazione o del rifiuto (per aderire ad una forma di sotto-edonismo, ramo della stessa pianta) dell’ideale mercificato di “edonismo di consumo”.
Questo atteggiamento si riscontra in modo squisitamente estetico: si può riconoscere un cremino dalla camicia bianca sbottonata, distinguerlo da un ippoppettaro soltanto guardando il cavallo basso dei pantaloni, e così via. Talvolta la differenza si può manifestare in sottili differenze linguistiche o culturali di cui ci si può render conto esclusivamente dall’intercalare fonetico o, anche meno, da uno sguardo.
Ma il punto cruciale è che, al di là della fuga dalla conformazione, ambedue gli stereotipi sono espressione e prodotto dell’omologazione sociale. È difficilissimo infatti, nonostante mai come in questi anni la divisione in classi si sia tanto acuita (in termini pratici ed oggettivi di reddito e di status sociale), riuscire in questi atteggiamenti di massa a distinguere il figlio di un operaio dal figlio di un notaio o un industriale, omologati allo stesso stile di vita, ma ancor peggio, alla stessa vita, in una maschera sociale tesa ad “ingannare” sul prodotto della divisione e lotta di classe, per edulcorarla e renderla eterea, e nei casi più consapevoli appetibile (il che è di una gravità immensa nella sua reazionarietà, soprattutto quando si manifesta, unilateralmente, nello stridere tra classe meno abbiente e più abbiente: un figlio di operaio che nell’omologazione dei suoi atteggiamenti crea un utopistico parallelo tra il suo stile di vita e quello di un figlio di notaio, ad esempio).
In questi anni si è arrivati ad un’ulteriore esasperazione di questo conformismo, con la nascita, a mio avviso, di una nuova classe sociale: il “precariato”.
Come ogni fenomeno sociale, da 35 anni a questa parte, il precariato si è manifestato inizialmente come processo di trasformazione “interclassista”, in cui sono state coinvolte tutte le classi sociali dalla medio-borghese in “giù”, ed inizialmente, salutato con delle salve festanti da tutti i Poteri e dalle Istituzioni, si è insinuato nel cosiddetto “mondo del lavoro”.
In costante e incontrollabile trasformazione, da “fenomeno sociale” si è trasformato in vera e propria classe sociale; per l’adesione di massa all’edonismo di consumo, infatti, se anche fino a pochi anni fa non era così, oggi ci è difficile distinguere un assegnista di ricerca precario da un cameriere precario, indipendentemente dall’estrazione sociale, ma ci viene tragicamente semplice accomunarli nella categoria di “precari”.
Ed i precari, estratti da quelle che un tempo erano le loro classi, oggigiorno combattono tutti per gli stessi diritti, indipendentemente dalla “funzione” che hanno nella società (ciò che può arrivare a stupire è la necessità di constatare la presenza di una fetta di Intellighenzia nella Classe Precaria), pur conservando la differenziazione nelle antiche classi legata a doppio filo con tale funzione.
Il precariato nel mondo del lavoro precarizza quindi anche l’appartenenza stessa alle vecchie classi sociali!
Il chiaro risultato è che, nel dubbio di appartenere o meno ad una determinata classe, il precario perde di vista l’obiettivo primario della lotta di classe, già mimetizzato dai radicati usi consumistici di questi anni, dedicando le proprie energie alla “progettazione della fuga” dal Precariato.
Introduciamo così l’idea della fuga di classe, ovvero il tentativo di ricondursi alle proprie radici sociali, rifuggendo il precariato.
Chi vuole tutto questo? perché lo vuole?
Poiché lo scopo principale è quello di distogliere ulteriormente le masse dalla lotta di classe introducendo bisogni e necessità fittizie (millantando un progresso inesistente), il responsabile di tutto questo non può che essere quel Potere che dal dopoguerra in poi agisce in Italia in modo sistematico e trasversale, senza guardare in faccia nè la Destra, nè la Sinistra, e che ha tutto l’interesse di mantenere le masse in questa sorta di “stasi sociale”, in cui il quadro generale si riconduce tristemente ad un ribollire nel grande minestrone del conformismo.
Tutto questo è il prodotto dello “sviluppo in assenza di progresso”, nel nome di un modernismo astratto e dannoso, secondo il quale le vere necessità delle persone sono pesantemente mascherate da falsi bisogni di consumo ed in essi mimetizzate.
In questo senso vedo la precarizzazione, e conseguente nascita del Precariato come CLASSE SOCIALE, come una sorta di continuazione della “Strategia della Tensione”, nella grande opera di “distrazione di massa” che sempre più sfacciatamente gambizza la nostra società.