
Why don’t you check it out? Or we cut off your Johnson!

Fatico sempre a gorgogliare una bozza
di canto, perché forse tende la rozza
mia voce a coprire di se stessa il senso,
nonostante sia immensa la tensione; penso
che sia molto difficile trattener lo sdegno
ed il fastidio che sempre più spesso pegno
si fanno per accedere con sguardo puro
alle cose di questo mondo triste e duro.
Lo smacco superficiale delle attese
rende consapevoli
di un unico grande scorrere
di correnti diverse
che trascinano con maniere
incontrollabili i nostri
corpi.
E allora perché sibilare infelici, ora
che istante per istante passa il tempo, sfora
il limite del senso, denso di paludi
mai violate del pensiero?, e t’illudi
di avere ancor potere sulle cose, erose
dai graffianti morsi delle poche cose
che ti rimangono e non ti danno pace:
sono i ricordi che parlano, e la tua voce tace.
Non pensavo potesse succedere, mi dispiace.
Fai un buon viaggio.
Cose di carta ingialliscono piano,
ardono e bruciano, quasi le amo
come una caduca e breve innocenza;
architetture ormai senza speranza.
Noto che poi questa carta contorce,
mostra l’effimero in ridenti torce;
nobile splende danzando nel vuoto,
morendo balla, bruciando nel moto.
C’è chi di carta si avvolge felice,
chi se ne compra una copiosa scorta,
chi ci disegna ogni cosa che dice.
Vita di carta, sempre più corta:
dov’era carta ora cenere e brace
regnano, pieghe di una risma storta.
Qualcuno dice che assomiglio ad Harvey Wippleman…

Il deserto urbano: grossolano labirinto che si dipana nel tentativo di avvolgerci e mascherare la nostra umanità.
Non cammino da tanto, ma abbastanza da guardare, ogni tanto, con sorpresa, il cielo pulito sopra la mia testa, e riconoscere le cinque stelle che conosco. Non è mai facile trovarsi a che fare con la fauna di questo deserto; creste, ciuffi-emo, tirabaci, lenti a contatto, jeans strani, lunghi, scampanati, a vita bassa, osceni, trucco pesante: questi ed altri, sono i tratti grossi e concitati del quadro futurista in cui ci muoviamo, con passo cadente e stanco.
“Ciao Andrea… è tutta la sera che tiro popper…”
“…Karl?! Lo sai, Mario, che non me ne frega un cazzo. Perché vieni a dirlo a me?”
Perché in fondo è il passaggio stesso, o meglio, il tentativo di diventare uomini, mutare per la stessa ragione della mutazione. E prima di esserlo cosa siamo?
Inoltre spesso capita di diventarlo e di smettere di esserlo, allo stesso tempo.
Il problema si può semplificare nel modo seguente: quando è che posso mostrare il mio vero volto, senza per forza dovermi sentir parte di qualcosa, e senza sentire che né gli altri né tanto meno me stesso si accingono a violentarne la fisionomia?
Non sempre quindi riesco a sentirmi parte della fauna, anche se vi è un livello di accettazione inconsapevole, che non ho ancora imparato a fronteggiare, forse per assenza degli strumenti necessari.
Qui forse cammino per le strade in cui avrei voluto incontrarti, in altri tempi ed altre occasioni, senza il limite contestuale che ha vestito ed investito la nostra conoscenza di caratterizzazioni poco emozionali e spontanee. Perché è sì vero che è un deserto, ed è altrettanto vero che la fauna non rende giustizia all’habitat, ma è anche vero che in certe occasioni di drammatica difficoltà spirituale, due persone possono essere spinte alla sublime vicinanza, ed alla sovrapposizione di insiemi e pensieri. Qui forse riesco a sentirmi estraneo a tutto, e a perdermi nell’atto di immersione: cambiare pelle e forma è il nascondiglio migliore.
Non riesco ad odiare completamente questo arido luogo in cui mi perdo, non riesco a provare lontananza totale, verso le cose che odio; e probabilmente è un bene, perché non riuscirei a costruire nulla, con l’odio.
“Ma non ci metti neppure una pastiglia, in quella coca-cola?!”
Detto con uno sguardo che vuol dire: “ma dove vuoi andare, ridotto così?!”
“No, non assumo droghe.”
Perché non è necessario assumere droghe, per sentirsi allucinati in questo tripudio di omologazione, basta tendere l’orecchio, farsi immergere dal silenzio, per provare sensazioni antiche e capire che abbiamo abbandonato una parte di noi.
L’abbiamo abbandonata alle nostre spalle, e urlandoci contro possiamo sentire ancora l’eco della nostra voce, e ricordarla con malinconia ed amore.
Che sia l’ultimo anelito di vita di un mondo agonizzante, che gode della sua agonia in un orgasmo mortale, che sia la fine di un ciclo, che sia il semplice e casuale rincorrersi degli eventi… il punto è sempre lo stesso: un problema di ruoli e tempi.
A fatica ho imparato a controllare il flusso dei miei pensieri, e a non farmici travolgere, ma quando percorro questo labirinto, questo deserto, ancora penso di aver sbagliato i tempi, di essere arrivato tardi. Nessuno mi ha conservato l’ultimo ballo.
E ora immagino come poteva essere danzare con te, coi tempi e coi passi giusti, che non ho mai imparato e forse non imparerò mai.
Svegliati fai tardi, perdi l’autobus, stavolta non sprecare questa possibilità.
Lo capisci amore mio?: io sono l’unica che ti ha amato… è che adesso non mi va…
Quante volte le ho sentite le parole della verità?…
Quante volte le ho credute?: l’unica fottuta realtà, e
ora giro per locali.
Mi stupisce la puntualità delle mode musicali.
Giro come un disco, non mi fermo mai!
Le ragazze della pista sono esempi di velocità
che mi annebbiano la vista. Ballo senza troppa tecnica, e
sono in un periodo strano:
fumo e bevo troppo e non mi va l’innamoramento umano.
Ballo senza fiato, non mi fermo mai!

Ho più freddo adesso di quando tanti anni fa
la neve bianca mi gelò la giacca a vento.
So che tornerà fra 100525 anni la moda del lento.
No, no, no, no, no, no, no,
forse no, no, no, no, no, no, no, no, no…
Te ne rendi conto?! Guarda come sei ridotto! mi fai pena: cerca uno psicologo!
Lo capisci amore mio?: io sono l’unica che ti ha capito… puoi contare su di me…
Essere depressi oggi provoca troppi dibattiti.
Essere perduti oggi dura solo pochi attimi.
Io sono uno scrittore in mare… lasciami affogare, lasciami…
Una bibita al terrore… il poeta affonda non si ferma mai…
Ho più freddo adesso di quando tanti anni fa
la neve bianca mi gelò la giacca a vento.
So che tornerà fra 100525 anni la moda del lento.
So che torneranno presto 100525 storie di tormento.
Se ritornerai saranno 100500 battiti per unità di tempo.
No, no, no, no, no, no, no,
forse no, no, no, no, no, no, no, no, no…
Per un attimo ho rischiato di dimenticarmi che oggi ricorre il massacro di Via Fani.
Una delle tante Stragi di Stato, ma forse l’unica in cui tutti i fili della stessa tela si tendono contemporaneamente: BR, BR infiltrate, Servizi Segreti e Servizi Segreti deviati, Mafia, Magliana, Camorra, ‘ndrangheta, CIA, KGB, Mossad, Vaticano, Massoneria, P2, Gladio, Andreotti, Cossiga…
Via Fani è la VERGOGNA DI ESSERE ITALIANI.
Ciao, mio nome Borat!
Le parole “irriverente”, “provocatorio”, “estremo”, e via scorrendo il vocabolario alla ricerca di termini che calzino su questa pellicola, non riescono comunque ad avere un respiro semantico abbastanza ampio da riuscire a descrivere
ciò che il fortunato spettatore si appresta a vedere.
Uno dei tanti casi in cui la fama precede il prodotto, ma uno dei rarissimi casi in cui si tratta di prodotto artistico e non commerciale.
Con la tecnica del falso-documentario, il film si presenta come una satira di ampissimo raggio costruita sul tema dell’incontro-scontro mutlietnico e multiculturale, restituito in modo caricaturale ed allo stesso tempo profondo ed intelligente.
A beneficio della Gloriosa Nazione del Kazakistan
Due parole di presentazione, giusto il tempo di rivelare la natura omofoba, razzista e sessista del background culturale in cui è nato e vissuto, e via!
Il nostro “eroe”, Borat Sagdiyev, giornalista della Gloriosa Nazione del Kazakistan, si cimenta nella tremenda impresa di “imparare” la cultura americana a beneficio del suo Paese.
Affiancato da un improbabile cameraman ed un assurdo produttore, Borat si cimenterà in una vasta serie di interviste, talk show, conferenze e meeting in cui cercherà di “carpire i segreti” della cultura americana.
Durante il viaggio, tuttavia, tutto questo diventa soltanto un pretesto, che il nostro giornalista trasforma (in modo per nulla sottile) in una vera e propria caccia all’uomo, o meglio, alla donna: il fattore scatenante è la nascita della incontrollabile passione di Borat per il personaggio C. J. della nota serie TV “Baywatch”, che vuole a tutti i costi conoscere e sposare.
Durante il viaggio, Borat, si addentrerà nel “sogno americano”, e ne toccherà con mano gli aspetti più profondi e coinvolgenti, per venirne fuori “rinato”.
Che cos’è “Borat”?
Un “falso” documentario è il pretesto per presentare un grande complesso di “candid camera” in cui la storia viene incastonata tra le gag, le trovate “jazzistiche”, ed i connettori fatti di autoreferenzialità (che esaltano il contesto pseudo multiculturale) e di tempi praticamente perfetti. Tra gli aspetti satirici vengono prediletti quelli comici e carnevaleschi, ma non viene trascurato alcun ingrediente che possa fare grande ed impreziosire artisticamente il film.
Tutto viene macinato e risputato fuori, rivisitato sotto il punto di vista dell’assurdo giornalista kazako: il suo sguardo crudelmente naif carica la realtà in modo così grottesco, che più volte si rimane spiazzati nei confronti di una visione del mondo che è un po’ il sunto dei problemi sociali odierni.
In questo processo non viene risparmiato nulla, e niente lasciato al caso: è un mondo, quello in cui Borat si muove, in cui non esistono più eroi, giustizia, religioni, etica, ed è un mondo pieno solo dell’assurdità e dell’inettitudine di un uomo che si confronta in maniera grossolana con ciò che gli sta attorno. Allora cosa citare di questo processo? la crudissima e “falsamente ignorante” (intrisa di luoghi comuni) critica alle religioni? la smaccata provocazione nei confronti dello spettatore nel presentare scene di nudo (che in totale controtendenza rispetto alle produzioni cinematografiche a cui siamo abituati sono) a dir poco raccapriccianti?
Per focalizzare l’attenzione sugli aspetti più interessanti, si rischierebbe di citare il film nella sua interezza, dai titoli di testa a quelli di coda. E sarebbe un’ingiustizia privare il futuro spettatore di una visione candida e meravigliata (nonché meravigliosa) di questo piccolo capolavoro.
Andate a vederlo, aiutiamo il povero Borat…
“Borat: Il mio Paese mandato me negli Stati Uniti per fare un film. Per favore, guardate il mio film. Se non ha successo, io sarò giustiziato…”

… che la mattina vanno via
e non ci lasciano una scia.
Tango, per ogni donna,
che per un minuto è stata “mia”.
Bevo alle loro performances,
alla malizia delle avances.
Tango, per ogni donna
che mi ha mandato in trance.
Tango, per ogni donna
che ha voluto essere “mia”.
