Archive for July, 2007

Cumulonirico (6)

Friday, July 27th, 2007

Fuga d’amore e da se stessi

Cosa c’è, che non va?
Questo non è un problema secondario: è infatti la chiave per capirsi.
Allora che cos’è questo bellissimo Lui, dove mi porterà e dove mi spingerà?
Qual è il maledetto confine, e il margine dietro al quale si staglia il baratro che sto guardando? Per quanto ne so, magari sono perfino sospeso sull’abisso. L’abisso dove non ho mai guardato, e solo ponendomi queste domande butto gli occhi nell’iperscrutabile. Su frequenze mai battute.
E allora perché quei pugni dati con tanta forza contro il muro? Da dove saliva questa forza, e perché di fronte a Lui non era mai manifesta, anzi, sembrava tronca?
Prese la macchina e cominciò ad allontanarsi da tutti i luoghi e posti che sembravano per un istante familiari.
Ovviamente Lui sedeva dietro.
Non parlava più da qualche ora, perché con Lui non c’era bisogno di parlare.
Lui sorrise.
Buttò gli occhi oltre la strada e vide un lago illuminato dalla luce del mattino, circondato da mera boscaglia.
Notò che Lui diveniva evanescente.
A completare, trasparivano sul bordo del lago due bambini, davvero belli innocenti non curanti veri sinceri.
La macchina sbandò ma la rimise in carreggiata, un brutto brivido; parcheggiò e scese.
Tentò di scavalcare uno steccato basso, e si fece male al ginocchio, che si gonfiò. Ma sarebbe passato in pochi giorni. I bimbi erano sempre lì. Si diresse proprio in quella direzione. Odiò se stesso quando la bimba lo fece innamorare con uno sguardo, poi preferì difenderla da tutto quanto, dagli orchi e dai malvagi, e, non ultimi, dai mulini a vento.
Il bimbo cercava di stare dietro ai movimenti leggiadri della bimba, ma sempre in ritardo e scomposto non riusciva a portare avanti quella bellissima danza non umana. Poi cominciò a piangere e a pronunciare parole completamente sconnesse l’una rispetto all’altra:
- Ti prego signore, tutto è così verde scuro, qui…
Ed era davvero verde scuro.
- Cerchi di salvare almeno lei: lei è tutto per me…
Ed era davvero tutto.
Corse dalla bimba e l’afferrò per un braccio, ma lei mostrò un ghigno tremendo, e tirò fuori dei denti incredibilmente sviluppati, cominciò a latrare e furono circondati subito da animali striscianti di ogni sorta. E il bimbo piangeva.
Non poté fare altro che lasciare la bimba e scappare con quanto fiato avesse a disposizione. Tornò alla macchina e proseguì.
I bambini scomparvero e Lui tornò a sorridere nei sedili posteriori.
La strada era lunga e cupa, e sarebbe stata ancora così per un lungo intervallo di tempo.
La vide sdraiata lì, con gli occhi bagnati di lacrime, frenò e stava quasi per investirla, ma la macchina non le arrecò alcun danno. La caricò dentro, rendendosi conto che in quell’oscurità tanti occhi erano puntati sulla sua macchina, ma soprattutto su quella ragazza.
La conosceva, una vecchia amica.
Non è successo niente, forza; ma non era vero: tutti lo sapevano, e non poteva restare così, sola. E le accarezzò i capelli, e lei lo strinse forte a sé, e allora sentì che non l’avrebbe mai dovuta lasciare sola, e che non poteva non baciarla, ma si trattenne dal farlo e continuò ad accarezzarla, e lei piano piano si tranquillizzò, e si accasciò stanchissima sul sedile, addormentandosi.
Ripartì in viaggio, e girandosi di tanto in tanto vide che era tranquilla adesso, e che le riaffiorava il sorriso degli anni perduti. Sorrise.
Il viaggio continuava, sereno, questa volta.
Prese una strada piccola e laterale.
Lui non c’era più, era completamente svanito.
Si trovarono davanti ad un castello, quindi scesero dalla macchina e si sorrisero a vicenda.
Era ora di entrare nel castello.
Si presero per mano.
Barbablù colpiva…
Tutto cominciò a colare, come un muro su cui è stata versata vernice a secchiate.
Si trovò a camminare sul letto, sdraiato, come se volesse raggiungere il soffitto; si sedette di scatto, e guardò nel buio in cerca di qualche presenza, ma quello era un brusco risveglio: non di certo confortante.
- Dormi tranquillo,
Quella incredibile e suadente voce…
- non è assolutamente niente:
Era già schiavo, per sempre.
- è stato solo un sogno.
Perché quella voce perfetta lo affascinasse era probabilmente il problema chiave del suo malessere.
- Dormi tranquillo…
Entrava dentro e strappava tutto, e c’era solo il deserto, pronto ad accogliere tutto quello che Lui aveva da dirgli e da dargli.
- non sarai mai più solo.
Si girò dall’altra parte del letto, una lacrima spuntò, di traverso, da un occhio all’altro, sopra il naso, per poi finire sulla guancia e poi sul letto.
Cominciava a desiderare di essere solo.
Cominciava a soffrire troppo per quella passione incontrollata.
Troppo.

Cumulonirico (5)

Friday, July 27th, 2007

Arrabbiato, in un angolo, con la faccia contro il muro

La baciò e le mise la mano su un seno, lei disse no, poi disse sì, poi disse no, poi non disse più nulla…
Notò che Lui aveva la mano sull’altro seno, e lei provava piacere. Ma era soltanto Lui a darle piacere, quindi si buttò suicida in quel patetico confronto erotico che, anche se “ai punti”, avrebbe comunque perso.
Si ritrovarono a casa di lei (non c’era la madre), ed erano visibilmente appagati.
Solo che vinto fingeva, perché in realtà non aveva saputo resistere (per l’ennesima volta) allo sguardo ancestrale del più perfetto essere vivente mai incontrato.
Mentre lei, statica, stazionava in un’altra delle cento, mille, camere mentali del suo cervello; si diresse verso la camera.
Si guardò intorno.
L’ira incontrollabile: sua madre era entrata ed aveva frugato ed aveva aggiunto delle cose ed aveva fatto praticamente un sacco di cose che non avrebbe dovuto fare.
Tutto era fuori posto, ma non era colpa sua: se fosse stato per lui non ci sarebbe stato niente in quella camera: vuota, avrebbe dormito per terra; non ci doveva essere niente, perché qualsiasi cosa avrebbe disturbato la sua vista: l’avrebbe alterato.
Un sacco di cose erano fuori posto, tutto non andava mai come dettava la sua ragione: c’era troppo di tutto, e tutte quelle troppe cose erano difficili da gestire, e tremava, tremava, tremava…
Cominciò a prendere a pugni il muro.
E i pugni rimbombavano, e mentre dava i pugni la stanza era esattamente come voleva lui, vuota, non c’erano più nemmeno le pareti, non c’era più nulla, neanche i suoi tristi ricordi di quand’era bambino, e picchiava, picchiava, picchiava…
Qualcuno si lamentava.
La voce in lontananza del vicino…
- Si può sapere cosa sta succe…
E un altro pugno…
- STAI ZITTO, ALTRIMENTI…
e un altro pugno…
- VENGO LI’ E TI AMMAZZO!!!
e un altro pugno…
e un altro pu…
Si voltò verso l’ingresso e vide qualcosa che lo paralizzò.
C’era Lui col sorriso incredibilmente innocente e rilassato, odiosamente impeccabile e bello.
Scosse la testa.
Tutti quei pugni erano inutili, tutto tornava com’era. Tranne le mani che facevano molto male. Molto male, e anche le ginocchia non erano più così forti.
Cadde sulle ginocchia e pianse.
Lui allora si avvicinò per esporgli ancor meglio il patetismo di quei momenti.
Tutto questo dolore incomprensibile, perché?
A metà tra la mente e ciò che tenta di penetrare, e allora perché così tanto dolore inutile?
Lui sparì oltre la porta.
Tornò dalla ragazza e la congedò.
Adesso riusciva a palpare l’incompletezza sovrana, e non era per niente uno scherzo: come quando ti senti qualcosa che non sei oppure indossi vestiti troppo larghi o troppo stretti… alla fine è soltanto un problema di misura, sempre e solo un problema di misura, la misura perennemente sbagliata. Constatò che aveva avuto l’intuizione, e capito dove stava la mancanza.
Individuato il problema tutto scorreva molto più facilmente.
Troppo banale.
C’era qualcosa dietro.
Un grande e immenso labirinto di siepi, dove si voltava e rivoltava, ed era solo, ma sentiva implacabile una presenza strisciante, alle spalle, a lato, sempre sul lato dove non puntava lo sguardo, ma con la coda dell’occhio vedeva movimenti quasi impercettibili: tutto si muoveva, alle sue spalle, il labirinto stesso era vivo, pulsante, paurosamente viscido, e mentre stava fermo l’ingresso e l’uscita del labirinto diventavano una cosa sola, tremenda e irraggiungibile.
Si riguardò allo specchio.
Vide che alle sue spalle, dietro la sua figura riflessa c’era Lui, non volle però girarsi, ma Lo contemplò in quella splendida immagine virtuale, casta ed impronunciabile.
Spazzò con lo sguardo la stanza riflessa, e notò che qualcosa mancava.
Opprimente sensazione, chissà cosa non c’era o era stato modificato in quell’incredibile paesaggio mancino.
Si convinse che avrebbe capito qualcosa solo quando non ci avrebbe più badato.

Cumulonirico (4)

Wednesday, July 25th, 2007

Il Messìa Psichedelico

All’appello risposero in pochi, e di quei pochi molti si pentirono di aver risposto.
Tra poco era il suo turno.
Ora era il suo turno.
Così per la prima volta riusciva a vedere quel docente come lo scorrere degli eventi, nella sua completa inconsistenza fluida, sentiva quindi le domande arrivare da lontano.
Tutto arriva da lontano, ma si avvicina. E prima o poi ti sarà a un metro.
È vero: tutto adesso è ad un metro da me, arrivo quasi a toccare tutto: posso sfiorare tutto, ma non posso raggiungere niente. Niente.
Risposte: risposte a domande mal poste. Ci si dovrebbe comportare in maniera diversa: ci si dovrebbe comportare…
- Son qui.
Guardò bene e mise a fuoco.
Lui era seduto poco distante, era più vicino di tutto il resto, e se avesse voluto l’avrebbe potuto toccare, stringere, raggiungere…
Ma non ci provava neanche.
Tutto era irraggiungibile tranne Lui, ma non sapeva come, non aveva la volontà di allungare una mano per prenderlo e così finalmente…
- Non ce n’è bisogno; te lo ripeto: non sarai mai più solo.
Un momento di pausa.
Effettivamente sembrava una specie di corsa dove il traguardo si sposta con te: è come cercare di raggiungere l’orizzonte. Una meta sfumata e indefinita.
Ma Lui riusciva a raggiungere l’orizzonte.
Lui riusciva in tutto quello che si proponeva di fare.
Anzi, Lui non si proponeva neanche di fare: riusciva e basta.
Ballonzolava quindi tra la nebbia della stanza e i suoi desideri più remoti. Era nato per arrivare secondo… cioè per perdere: non aveva neanche una possibilità di superarLo.
Il professore poneva l’ultima domanda.
Guardò ancora Lui, e si perse un’ultima volta in quell’occhiata straordinariamente penetrante. Si lasciò precipitare e sprofondare in quel mare incredibile.
Un mare di insicurezze.
Il professore lo ammise con 30, più che soddisfacente.
Ma 30 non è 30 e lode, a meno di rinnegare il principio di identità e non contraddizione.
Aveva un’identità? Forse sì, ma anche tantissime contraddizioni. E quando di fronte a se stesso faceva finta di non contraddirsi… geniale: giustificare i propri errori con degli altri più grossi… meschino ma geniale: non cadi mai nella trappola del rimorso, e arrivi quasi a non pentirti e a non provare neppure pena per te stesso. Vedi quasi ogni errore come un passo avanti, una crescita.
Invece ogni errore è un passo indietro, e ogni errore grosso sono due passi indietro.
Quindi tentare l’utilizzo di quel giochetto ti fa bello agli occhi degli altri, ma nel Grande Gioco ti porta tre caselle indietro.
Naturalmente Lui non è suscettibile: Lui tira il dado e cammina.
Comunque 30 è pur sempre 30.
Tutti gli corsero intorno: bravo mi sei piaciuto complimenti gliel’hai fatta vedere ma quanto hai studiato sei davvero intelligente ma come hai fatto non ci credo ancora sei un genio sei un genio sei un genio…
Ma lui guardava oltre…
Lui stava seduto, e non muoveva un passo. Aveva un sorriso astuto stampato sulle labbra.
Lo so che se lo avessi dato Tu l’esame, il voto sarebbe stato 30 e lode.
Ma lasciami almeno vivere l’attenzione di un branco di pecore…
No.
Lui si alzò in piedi.
Il capannello si diradò, Lui cominciò ad erudire la folla, impietrita al Suo cospetto.
Poi la folla scomparve.
Le Sue parole si fecero incredibilmente più chiare: stava sopra il niente che aveva attorno, e dalle Sue labbra scivolavano fuori concetti bellissimi, frammisti a melodie bellissime, tutto molto ideale ed inarrivabile, nonostante fosse a pochi passi.
Tutto era meno importante, Lui adesso imperava.
Così bello, davvero… Quella bellezza impeccabile, dal primo istante all’ultimo…
Sinuoso e felino. Come i pensieri più osceni e personali.
La folla, ed in essa vide gli occhi di una bellissima ragazza.
Sparirono tutti tranne lei.
Per un attimo l’attenzione fu affievolita da una pulsazione di bruciante desiderio, poi le diede l’opportuna attenzione.
Era una bella ragazza, e se l’interno fosse stato come l’esterno, doveva aspettarsi molto, e forse pure troppo da questa sorta di fiamma passionale.
Si incamminarono verso l’uscita dell’aula, e le cinse la vita col braccio.
Si ritrovarono di lì a poco soli in macchina.
Lui stava nel sedile di dietro.

Cumulonirico (3)

Tuesday, July 17th, 2007

Perdere al Gioco dell’Oca

Quattro mura non sono poi così strette quando non ha senso starci: tutto si dilata in maniera nebulosa…
Faceva male il ventre, adesso. Ma anche il ventre era qualcosa che aveva semplicemente delle coordinate: per quanto ne sapeva poteva fargli male anche il ginocchio o una spalla. La vera frattura era dentro: si era svegliato che tutto era già pronto, e lui doveva solo camminare nelle caselle come in un gigantesco “gioco dell’oca”.
Infame specchio. Niente era più come quei giorni, magri giorni, dove bastava un sorriso ed eri felice. Adesso di sorrisi ne avevi pure troppi, ma gli angoli della bocca stavano giù, ed anche gli occhi. Mille sorrisi di oggi valgono un sorriso di ieri. E tu, maledetto specchio, ogni giorno qui a ricordarmi che tra non molto avrò le rughe che centinaia di anni prima non avevo, e che forse un giorno morirò. Forse.
Tutto era fin troppo ben radicato in ogni aspetto.
Tutto perdeva silenziosamente il suo significato.
Ma Lui conosceva la chiave.
Uscì dalla coltre di sonno e fece un passo nella densa realtà.
I colori ripresero di colpo colore, tranne il verde scuro, il grigio e le varie sfumature di nero, che non erano mai cambiate nel corso della banalità a tratti sgomenta e timorosa della collosa realtà.
Riprecipitò qualche attimo nel vaporoso sogno, per poi riaffacciarsi nuovamente e di nuovo dolorosamente nel vivere. Perso alla ricerca di un senso, vinto dal male del secolo scorso, e ammorbato di paure.
Prima casella, scendere giù dal letto.
Seconda casella, andare in cucina; premio: puoi fare colazione e tirare ancora il dado.
1.
Terza casella: arrendersi.
Troppa gente è davanti a te, in questo gioco.
No, non troppa gente.
Bastava guardare avanti nel percorso per rendersi conto che Lui era l’unico che gli stava avanti, e gli stava avanti sempre di poco, ma quel margine era così poco elastico che non si ricordava di aver mai accorciato la distanza.
A questo punto era facile la mossa.
Tornare in gioco, perché in fondo non conosci la parola arrendersi.
No, effettivamente non la conosco. E per poco che ci ho avuto a che fare l’ho sempre odiata.
Ritorniamo ad un altro dei miei lupi mannari.
Riuscire a rovinare tutto quello che ho costruito in anni di sofferenza interiore: effettivamente basta il Tempo, una incomprensione che nasce dal fatto che nessuno è più abituato ad ascoltare, e tutto crolla come un incredibile castello di sabbia. E nessuno, una volta caduto, ha più voglia di ricostruirlo, ed effettivamente è molto più facile costruirne un altro ripartendo da zero. Facile, non logico, né conveniente, né gratificante. Così quello che abbiamo perso non si riesce più a salvarlo, e precipita in un pozzo, come se avessimo lasciato una corda alla quale è appesa una nostra zona di memoria. Non ricordiamo poi niente di bello, niente di brutto.
Solo malinconia e rimpianti.
Ci voltiamo alle nostre spalle e ci dimentichiamo quale è il verso.
Ci voltiamo ed Euridice scompare.
Mi volto, e sono come bendato.
Non ragiono, ma non perché sono stupido: il fatto è che la mia intenzione è sempre “in là” o “in qua” del mio obiettivo.
Già, ma puoi non vederlo come un problema.
Se ti sei appena svegliato da un sogno, bello o brutto che sia, non ha senso fare distinzioni, puoi sempre tornare dentro e combattere contro tutti i draghi che trovi nella tua strada.
E allora un brivido lo colse in pieno…: non è detto infatti che il drago sarà quello che ti ha tagliato la strada l’ultima volta! ne è passato di tempo… il drago è cresciuto, e questa volta è diventato davvero grande, troppo grande e potente.
Guardò improvvisamente sullo sfondo, proprio all’orizzonte, e vide il drago col cuore trafitto da una lunga e pesante lancia.
Era stato Lui.
Aveva ammazzato perfino il suo drago, il suo più grande nemico.
Di chi è il turno?
Ora altri ricordi stavano semplicemente in fila, in attesa di essere catalogati.
Si avventò sul fugace passato e lo diradò agitando la mano, come una nebbia.
Si alzò quindi dal letto.
- Ce l’hai fatta ad alzarti!…
Ma,… non c’era nessuno in casa!?
Sua madre, ad esempio…
- Tua madre ti saluta, è già andata a lavoro.
Che dolore al braccio e alla mano…, insopportabile…
- Magari vorresti andare dal dottore che ti dirà che non hai nulla… Così potrai pretendere di avere qualcosa!
e che stanchezza…
- Vai a letto tardi: questo è il risultato.
nessuna voglia di correre a dare l’esame…
- Così eviterai per l’ennesima volta il Confronto. Ti pesa?
È naturale il confronto.
Ma mentre lui, assonnato e con le occhiaie tentava di infilarsi qualcosa in bocca senza vomitare, Lui invece era più sveglio che mai, sapeva tutto ed era ancora più affascinante della prima volta che l’aveva conosciuto: non c’era davvero nient’altro che valeva la pena di vedere quella mattina. Tutta la sofferenza che prendeva i binari che portavano a tutto, ora convogliava verso di Lui.
Questa incredibile indolenza mattutina.
Che senso aveva tutto quello?
Un antirisveglio.
Lo sai che sei incredibilmente bello, vero? Certo che lo sai…
e Lui gli lanciò uno sguardo analogo al primo sguardo magico inafferrabile. Dopodiché annuì col capo. Senza rispondere. Provò ad immaginare come sarebbe stato domani, ma in fondo lo sapeva già. Niente sarebbe cambiato. Mai più solo, a guardare dentro di sé per capire cosa c’era di sbagliato. Mai più solo, a scoprire che trovava tutto tranne gli errori. Mai più solo. Per sempre.
Lui si alzò dalla sedia, e tutto sembrava ruotarGli intorno, come sempre.
Così innaturale, così artificioso e artistico, si mosse verso la porta con un’elasticità sorprendente.
Ammirato da tutto ciò, tento di ripercorrere i Suoi passi, con la stessa leggerezza.
Ma Lui era alle mie spalle.
Sentiva il Suo giudizio gravare con grande peso.

Cumulonirico (2)

Sunday, July 15th, 2007

Crepe nel Pavimento

Incredibilmente l’autobus non era mai stato così pieno.
Lui salì e penetrò sinuosamente in quel mare di carne vociante, e si sedette.
Provò a seguirLo, ma l’autobus partì.
Poi si fermò, e si riaprirono le porte.
Salì con la paura di perdere, anche questa volta…
- Non hai capito quello che ti ho detto: non sarai più solo.
E la gente intorno cominciò ad ondeggiare, nella sua testa, non c’era ragione di sentirsi così, ma quella gente ondeggiava, in maniera brutale, non riusciva ad opporsi alla corrente. Strano…
Si meravigliò di provare sentimenti stanchi.
Ma non quando vide che Lui parlava con tutti: riusciva a parlare sempre di cose interessanti. Non capiva come potesse succedere, ma Lui individuava l’argomento che interessasse ciascuna delle persone componenti quel fluido granuloso, e costruiva ponti incredibili ed effimeri. Parlava di tutto ciò che potesse interessare, volta per volta, con persone che rispondevano, volta per volta, al suo interesse. “Volta per volta” si fa per dire, perché parlava contemporaneamente con tutti, e di cose diverse. Ma già non era più così.
Adesso parlava solo Lui.
Tutti Gli gravitavano attorno, ed ascoltavano con gli occhi puntati.
Adesso esisteva solo Lui.
Che raccontava di come tutto fosse così ben organizzato caoticamente.
Adesso la maglia a rete cominciava a sfibrarsi e a sfilacciarsi.
Lui, infatti, raccontava che anni prima tutto quanto sembrava così triste e cupo, poi nuovamente la luce fu. Soltanto dopo diversi mesi riuscì a capire che quella nuova luce era molto più fioca della prima e che aveva lavorato troppo per quella luce inconcludente.
E guardandoLo mentre indovinava così tante cose, si mise a piangere.
Cominciò a tremare per tutte le cose che sembravano, per la prima volta dopo tanto tempo, così vere e calde. Vere, calde, e un po’ appiccicose, e anche un po’ nauseanti.
Sconsolato scese dall’autobus, ma solo quando si accorse di essere già sceso da un bel pezzo.
Continuò a camminare per un po’, poi gettò lo sguardo oltre la strada che qualcun altro aveva deciso per lui.
Vide Lui.
Lo vide mentre baciava impudicamente la sua ragazza.
Gli occhi scoppiarono in lacrime.
Non riusciva a fermare più nulla: tutto era inadeguato, ed anche lui si sentiva tale.
Non così, non davanti a tutti, non davanti a me…
Vide che la sua ragazza lo guardava mentre si baciava con Lui.
E riusciva a sostenere perfettamente il suo sguardo.
Si accorse che anche Lui lo guardava mentre baciava la sua ragazza.
Figuriamoci se Lui non sarebbe riuscito a sostenere il suo sguardo…
A tratti non riusciva a distinguerli bene, perché le figure erano orrendamente distorte dalle lacrime che scendevano fino alla gola e poi al cuore.
Era gonfio di pazzia e di orrore.
Si accorse che sia Lui che la sua ragazza lo fissavano, mentre continuavano a baciarsi: aveva quattro occhi puntati addosso, decisamente troppi. E non voleva questo, tutto ma non questo.
Cominciò quindi a correre dentro quel territorio non battuto, e ogni tanto perdeva il fiato, e si perdeva, poi vedeva a tratti l’uscita, poi si riperdeva. Poi cadeva, poi cadeva, poi cadeva.
Non aveva niente da perdere, o meglio, aveva appena perso tutto, cioè in fondo niente, dato che l’aveva appena perso.

Cumulonirico (1)

Saturday, July 14th, 2007

Lo Specchio che Vive e Tortura 

Bene, in fondo non poteva che essere così.
Così quella stanza sogghignante portava alla ribalta i suoi passati, di cose vive e morte, lineari e distorte. Una specie di paradiso oscillante. Sedeva comodo (neanche più di tanto, poi…), al banco comune. Tentando di studiare, imparare cose nuove, apprendere ciò che sta “al di fuori”.
Dopo aver capito e concepito che non aveva nulla da imparare dal suo mondo interiore, rimaneva un piatto ricco di superficiali fantasie. Un particolare tipo di maglia a rete dove camminava pian piano, e ogni tanto sprofondava nel vuoto delle sue fantasie.
Entrò nella stanza Lui, col suo passo quasi danzante, pieno di grazia.
Lo splendido essere lanciò un’occhiata che lo fulminò e penetrò nel suo midollo mentale.
Continuò il suo percorso imperturbabile, proprio verso il posto libero al suo fianco.
Lasciò cadere la borsa, lasciò scivolare la borsa, con un gesto languido e sinuoso.
Ed era al suo fianco.
Non chiedeva nient’altro alla Vita.
Fai che costui capisca chi sono veramente, perché per pochi secondi di stupenda bellezza esteriore sono pronto a sopportare il delirio spasmodico di una vita di pene.
- Con tutto il posto che c’è…
Ma questo portavoce di un’assoluta bellezza estetica sapeva già tutto di lui.
- Mi dovevo sedere vicino a te, certo.
Con riluttanza catalizzò le sue energie per realizzare che quel folle e sconosciuto oggetto del suo desiderio di sofferenza conosceva già tantissime cose… ed uno sguardo implacabilmente superiore Gli era bastato per strappargli l’anima.
Rimase in vaga stasi.
Delocalizzato per chilometri, attraverso stadi del suo passato.
Forte della sua esperienza organizzò una risposta furtiva…
- Ma potrei andare perfino oltre:
ancora anticipato, incredibile…
- potrei infatti dirti che tu non attendevi altro che io mi sedessi vicino a te.
Adesso era davvero troppo.
Fuori dal controllo.
Tutto precipitava.
Come fai a sapere che… anzi, cosa stai dicendo, come ti permetti…
Ma non sarebbe mai riuscito a controbattere, perché in fondo non aveva il minimo senso: Lui sapeva anticipare le mosse, e se anche tu non sei in grado di farlo, hai già perso.
- Allora scalerò di un posto, come vuole il tuo autocontrollo.
Non farlo, ti prego, sono disposto a regalarti tutti i miei sogni, a venderti tutto quello che non mi appartiene più, a soffrire di nuovo e per sempre, a mangiare nuovamente il rancore nei confronti di qualcun altro.
A non dire mai più di “no”.
No.
Anche il movimento di un dito era perfetto, ed il suono che nasceva sotto il suo controllo era formidabile, affascinante. Allora facciamo così, proviamo ad accomodare un po’ questa barca che sta affondando…
- Stai tranquillo, sto qui vicino a te: lo so che non ce la faresti mai a chiedermi di restare.
Questo era il colpo di grazia.
La stanza cominciò a riempirsi di gente. E si sentiva quasi confortato per la vicinanza di questo essere speciale: sembrava avesse vissuto per vent’anni, cent’anni, mille anni, soltanto per poter diventare schiavo di quello sguardo perfetto.
Tolse fuori una penna nera, e cominciò a scrivere frasi che, di sicuro, nascevano direttamente da un idea primordiale, quasi ancestrale.
Entrò nell’aula il docente e, forte di un’esperienza non trascurabile, cominciò la sua lezione.
Avrebbe dovuto seguirla, ma anche se riusciva a controllare lo sguardo, la mente si buttava alla destra, dov’era il suo traguardo. Era nelle Sue mani.
Non riuscì nemmeno ad ascoltare quel fluido sonoro che usciva dalla bocca del docente, perché la sua attenzione non poteva essere distratta un secondo da Lui.
L’aula cominciò a svuotarsi e rimasero nuovamente soli.
Riuscì ad organizzare le parole per dire:
- Io mi chiamo…
- Non mi interessa come ti chiami: dimmi dove vai adesso?
E senza esitare disse:
- Torno a casa.

- Adesso ci capiamo. Vengo con te: ovunque andrai,
dillo, ti prego, dillo…
- non sarai mai più solo.

Stavo per

Tuesday, July 10th, 2007

Stavo per postare prima un mio racconto, e poi un’analisi critica del bando Master and Back 2007, ma la consapevolezza dell’inconcludenza di queste due azioni mi ha bloccato in tempo.

A mia madre

Sunday, July 1st, 2007

A mia madre, che capisce tutti ma si rifiuta di farsi capire.