Una delle sensazioni più fastidiose ed allo stesso più frequenti che provo, è quella di sentirmi solo.
Sicuramente c’è della “fisicità” in questo concetto, e soprattutto in questo periodo non è difficile sentirmi solo da quel punto di vista, poiché è da nemmeno un mese che vivo in una città vuota e sconosciuta, grande, dinamica, in cui la gente ha poca voglia di “perdere tempo” nei rapporti umani. Gli amici sono lontani, la persona che desidererei avere al mio fianco è lontana, e così via.
Ma la natura, di questo sentimento, è più profonda.
La sensazione di solitudine ha un grosso grado di sovrapposizione con la sensazione di essere incompreso. Non c’è giustificazione per ciò, lo so bene, però è da una vita che mi sento molto incompreso, mi sento solo, ed ho così poca difficoltà ad interagire, ma così tanta a cercare di farmi comprendere.
E le persone che meno sopporto, alla fine, sono quelle che mi capiscono meno, e quelle che mi capiscono meno sono le più superficiali, e forse è per questo che odio questo tipo di persone: lo sfottò, la battuta facile, grossolana, che ti fa sentire lontano. I luoghi comuni. Tutto ciò che è il manifesto della totale assenza di sforzi per capire il prossimo, mi infastidisce.
Il meccanismo della comprensione, penso di aver capito che si muova su due piani: quello razionale, e quello dell’empatia.
Sul piano razionale vi è lo sforzo, da parte di chi cerca di “ricevere informazioni”, di analizzare il prossimo e capirlo attraverso una classe di fenomeni comunicativi.
Sul piano empatico vi è la capacità di immedesimazione nel prossimo, e di compassione nei confronti dello spettro di sentimenti che si è pronti a “ricevere” nel processo comunicativo.
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