Archive for December, 2007

L’ultima frase non detta

Thursday, December 27th, 2007

Quella mattina Andrea si svegliò, e non si sarebbe mai immaginato di risvegliarsi sottoforma di un orrendo essere umano.
Riuscì ad articolare esattamente tutte le giunture, proprio come un essere umano, senza nulla di strano. Ma quando arrivò a guardarsi allo specchio, vide tutto l’orrore.
Gli occhi non erano gli stessi di sempre: in quegli occhi c’era la morte: una morte viva, una sentenza di morte che non faceva altro che perpetuarsi nell’attesa della sentenza.
Si dilatarono.
La bocca si contorse per un attimo, a causa della visione, e in quell’arricciamento di labbra vide un presagio cadaverico, già che il sangue non era ancora arrivato ad irrorargli quella zona del viso.
Toc toc.
“Tutto bene Andrea?”
La voce insistente del padre, o della madre? Sì, della madre.
“Tutto bene, come sempre.”
La maniglia che si muove: per fortuna, deve al suo lavoro di rappresentante di medicinali l’abitudine di chiudere tutte le stanze.
“Andrea, come mai ti sei chiuso?! Apri subito!”
E perché mai, di grazia, dovrei aprirti la porta?
“Perché, di cosa hai bisogno?”
“Fammi entrare!”
“Perché? Cosa c’è?”
“Ho detto che devi FARMI ENTRARE!”
“No, dimmi cosa vuoi, esco io, ti do io quello che ti serve.”
“Così rispondi a TUA MADRE?! FAMMI ENTRARE!”
Non bussava più, ormai erano spinte, cercava di forzare la porta.
“NO, sono una persona che merita rispetto: se non ti faccio entrare io tu qui non entri!”
“FAI SUBITO ENTRARE TUA MADRE!”
Vaffanculo, no. Tu qui non entri, porca puttana, dovrai passare sul mio cadavere per entrare qui dentro.
Si guardò intorno, e vide ciò che si aspettava di vedere, ovvero un rasoio.
Prese il rasoio con rabbia verso il mondo, ed indifferenza verso se stesso.
Da parte a parte, con un colpo quasi secco, e il primo schizzo di sangue finì, in modo ridicolo, ad imbrattare lo specchio, davanti al lavamano.
Si accasciò spalle alla porta, con il rasoio in una mano e l’altra premuta sul collo.
Tutto imbrattato di sangue, che continuava a scorrere e schizzare a pulsazioni, sempre più lente e brevi.
Dopo circa 30 o 40 secondi il sangue non faceva altro che scorrere, senza più quasi alcuno schizzo, nel lago rosso che gli ribolliva addosso.
Bussare, insistenza, urla femminili dietro la porta.
Sentiva la porta tremare dietro i colpi della madre, dietro di sé, e i colpi che si riflettevano sulla sua schiena, e gli comunicavano un dolore sordo, l’ultimo dolore.
Con una fatica immane aprì gli occhi e con una fatica ancora maggiore sputò sul suo sangue.
L’ultimo sguardo alla finestra, chiedendosi il perché della sua vita: la vuotezza che ormai l’aveva sopraffatto, le ragioni del Nulla superiori alle ragioni della sua vita stessa.
Cercò disperatamente di ricordare qualcosa di bello, per non morire così, senza aver nulla da ricordare come ultimo istante, come ultima frase da immaginare di aver detto.
Ma si sentiva molto scarno, molto disorientato.
Non c’erano tanti argomenti, né tante cose da ricordare.
Si sforzava ma era come se avesse un blocco: il blocco dello scrittore estremo. Di chi scrive la propria ultima frase, il proprio epitaffio.
Di chi scrive qualcosa. E invece niente.
Si fece schifo per l’ultima volta.

Reasons

Thursday, December 27th, 2007

“Eccolo qui, lo vedi questo?”
gli dico tirando fuori un ago di 10 cm. Ah, dimenticavo, lo stronzo non capisce quello che dico.
“Can you see this one?”
Sgrana gli occhi: capisce.
“Don’t be afraid: I don’t want to kill you…”
no, non voglio ucciderti, voglio solo farti bestemmiare tua madre per averti fatto nascere, ed uno a caso tra quelli che se la scopavano per averla fecondata, quel giorno per te sfortunato.
“Iwant just to prick you for a little while, and then to stick i tinto your flesh.”
Che odore schifoso: la merda umana si è pisciata.
Tanto non me ne sbatte un cazzo, lo spillone glielo infilo.
Spagnolo, inglese, qualche parola in italiano, ma che cazzo di lingue parla questo stronzo? Tedesco… addirittura? Cazzo se parla anche il francese glielo infilo lentamente.
Sì! Cazzo, parla francese: è fatta.
Prendo l’ago e glielo appoggio al di sotto della scapola.
“This hurts a little bit.”
E la mia faccia si posa aggraziatamente sul miglior sorriso che ho.
Si agita, sto coglione, si agita tanto. Ma non può farci un cazzo, è ben legato.
L’ago penetra, mmm, che goduria, eheh…
Fa un bale boia questo, cazzo! Ti manda a fuoco i polmoni: respiri fuoco, e starnutisci sangue.
Cazzo che bello.
“Do you want to know what you did to me? Why I’m so glad with you?”

Sgrana gli occhi: lo prendo come un sì o come un no? Gli prendo gli occhi!
Estraggo lo spillo, e lo avvicino al volto… se si muove così fa un casino, non riesco ad infilarglielo nell’occhio…
Fanculo, esistono tanti posti dove infilare uno spillo.
Il tendine d’Achille, ad esempio, è un altro fra i punti più dolorosi del nostro organismo.
Almeno, a giudicare da come questa merda urla.
“Do you know why I hate you?”
Sgrana gli occhi…
Ebbbravo il coglione, sembra che voglia parlare, mugola qualcosa…
Ma gliela tolgo la benda? E togliamogliela, va…
“Cat ze knots, please…”
Ma che cazzo di accento si è fatto questo stronzo, con gli anni?
Mi fa ribrezzo.
“Are you asking me if I cut your flesh? Are you sure?”
“NOOO, pliase, save me… I will not tell anizing to anione.”

Ma la doppia negazione, non afferma?
Non urla nemmeno tanto, quando gli infilo lo spillo leggermente al di sotto del capezzolo.
Questa volta sta iniziando a sputare sangue dal naso e dalla bocca.
Circoncisione time!
Gli strappo un po’ di carne dal prepuzio. Urla.
“I like your screams! Please scream again!”

Fa male anche nel polpaccio, che si credeva sto stronzo, che fosse una passeggiata?
“Now you have to ways: you can prey for your life or for you death; if you still prey for your life you will die without knowing the reason why, if you will prey for your death, I’ll be very glad to explain why you’re here, just before you’re execution.”
“Pliase, pliase, I will not tell anizing to anione…”

Come vuoi, ammasso di merda.
Gli infilo lo spillo lentamente, in fondo al cuore.
Cazzi suoi, non saprà perché è morto.
È morto. Ora posso tornare a casa.

Buone Feste

Thursday, December 27th, 2007

Il 2007 per me è stato un anno tale da far sembrare la diarrea un piacevole intrattenimento.

Uno di quegli anni da far sembrare Burroughs un poeta naïf (o lo era?!).

Incidenti stradali, furti, delusioni amorose, ritardi in campo lavorativo… e queste sono solo le cose positive!

Pare che sia tutto effetto di una congiunzione astrale, e molti si sono ritrovati smarriti, nella mia stessa situazione; di quelle in cui ti chiedi cosa farai domani, se esistono gli alieni, se ce l’hai abbastanza grosso (se sei uomo) o se ce l’hai abbastanza profonda (se sei donna, questo è un post femminista).

Qualche giorno fa sono partito dall’Inghilterra, stupendo paese in cui vivo, uno dei pochi in cui puoi avere a che fare con premi Nobel e con minorenni seminude nelle periferie cittadine. Contemporaneamente.

L’Inghilterra mi eccita da questo punto di vista. Apre il mio “stomaco della perversione”: ho visto coi miei occhi (non è vero, mi è stato raccontato, ma la voce è attendibile: è la stessa che mi ha detto di aver visto una nave fantasma con su scritto “Titanic” attraccare al Dock 4…) una ragazza (di quelle che devono fare pompini per dimostrare di avere 18 anni) completamente ubriaca, barcollante e con le mutande alle ginocchia, raccolta dal suolo e portata via da due sconosciuti. Roba da dare all’ex-ministro Castelli argomentazioni favorevoli allo stupro.

Questo è il progresso. Se per progresso si intende un’erezione.

Dall’Inghilterra mi sono mosso verso la Spagna. Madrid. Uno di quei viaggi in cui ti chiedi dove sei perfino con la mappatura satellitare di fronte. Uno di quei viaggi in cui rimpiangi di non poter vedere la Stella Polare a causa dell’inquinamento ottico cittadino. Uno di quei viaggi in cui rischi di perdere qualsiasi tipo di orientamento, perfino quello sessuale.

La Spagna è piacevole solo se ci vai per i fatti tuoi, a causa delle sconosciute che ti si strusciano addosso incomprensibilmente; se ci vai in dolce compagnia è un incubo, a causa del fatto che la tua ragazza (o il tuo ragazzo, questo è un post filo-omosessuale) si struscia incomprensibilmente addosso a sconosciuti.

Pensate che una sera sono uscito con lei e due sue colleghe ed il ragazzo di una di esse. Tempo di andare al cesso a farmi una pisciata ed il tipo già faceva il cascamorto con lei, facendo battute in mia assenza sul fatto che avessi “il cazzo moscio” e cose di questo tipo. Per fortuna mi hanno spiegato che sono scherzi comuni, che fa parte del loro senso dello humor. Poco dopo una sua collega le ha detto di trovarsi qualcuno più figo di me. Per fortuna mi hanno spiegato che sono scherzi comuni, che fa parte del loro senso dello humor. Cazzo, ed io pure coglione che mi stavo incazzando!

D’ora in poi so che se voglio risultare particolarmente simpatico con una coppia di spagnoli, devo dire alla ragazza che il suo tipo ha il cazzo moscio e che si dovrebbe trovare qualcuno più figo, possibilmente in assenza di lui.

E poi questa mania del cazzo moscio come simbolo di incompetenza sessuale e sociale proprio non lo capisco. È un po’ come un dibattito sulle misure del pene, se siano importanti o meno. Chi se ne frega? Tanto io ce l’ho enorme. In spiaggia ci giocavo a racchettoni.

Non è vero. In realtà durante un esperimento ai RAL di Oxford, a causa del fenomeno relativistico della Contrazione delle Lunghezze, mi è diventato il cazzo a metrica negativa, per cui ce l’ho lungo circa 2,3 cm verso l’interno del mio corpo.

Non è vero. In realtà dopo una serie di interpolazioni lineari sono riuscito a stabilire che il mio pene misura circa 12.6 cm, ma che si allunga col tempo, e che tra circa 900 anni dovrei avercelo di 20 cm (ragazze, mettetevi in fila!).

Non è vero nemmeno questo, ma non è importante, come del resto le misure del pene.

Tra l’altro, per le ragazze che per pudore dicono che le misure del pene non siano importanti, ho un ottimo contro argomento: dite di avere un pene di 6 cm ed osservate la loro reazione distaccata, oppure dite di avere un pene di 22 cm ed osservate la loro reazione incuriosita. Questo dice molte cose sull’argomento, o quantomeno sulla ragazza* che avete davanti.

*Considerando l’usufrutto di un pene come un fenomeno raro (solo da un punto di vista tecnico-matematico! Sappiamo bene che per il 90 % delle ragazze è un fenomeno tutt’altro che raro) immaginiamo che la lunghezza dei peni di cui ha goduto una ragazza, distribuita in un grafico, segua la distribuzione di Poisson; quando il numero degli eventi tende all’infinito (ho conosciuto ragazze per cui questo sogno è diventato realtà) la distribuzione diventa “a campana”, un po’ come la loro figa. Il valor medio sancisce, statisticamente, la lunghezza media del pene maschile nella zona di impatto sociale di tale ragazza. In base ad uno studio portato avanti da Frans de Waal** sulle scimmie Bonobo (dal cervello più o meno simile, se non superiore, a quello femminile) è chiaro come tale media si sposti verso una lunghezza maggiore al crescere degli eventi: come a dire che più ne provano, più lo vogliono lungo. Stesso dicasi per la grossezza. Da questo si deduce scientificamente che le misure del pene non sono importanti… per l’uomo o per i maschi Bonobo.

**Stiamo parlando di uno che passa il suo tempo ad osservare scimmie che scopano… abbiamo di fronte un vero maiale: io mi fido ciecamente di lui…

Ho trovato un metodo definitivo per risolvere il problema delle misure del pene: ridefinire il Sistema Metrico Decimale e la sua Unità di Misura; basta ridefinire il Metro nella maniera seguente: ogni metro è uguale ad 1,5 metri. In questo modo un pene che attualmente misura 12 cm misurerà 18 cm, dopo questa intelligente rivoluzione… e chi non si accontenta di un pene di 18 cm??!!

C’è un vantaggio, inoltre, in tutto questo: che le donne non capiscono il trucco.
Uomo: “Cara, ho un pene di 18 cm…”
Donna: “…mmm… ok…”

Comunque la Spagna, al di là dei matrimoni gay, è proprio bella; la gente vive in allegria, la mentalità è aperta, è uno dei pochi paesi realmente femministi! Tanto femministi che nel quotidiano “El Pais” di domenica 18 Novembre una delle pagine centrali è occupata da una pornostar con le poppe rifatte a tutta pagina (colori, ovviamente, sennò non avrei saputo dire se fossero state tette o marmi di Carrara) con nessuna funzione. Ma non è mercificazione del corpo femminile, è solo la simpatia spagnola, il loro piacevole umorismo!

A parte questi splendidi viaggi, come previsto, al ritorno in patria il mio intestino ha collassato. Dopo i bombardamenti di cibo, a cui non era più abituato (le vere armi di distruzione di massa si trovano in Inghilterra… chiedete in qualsiasi catena Subway…), mi sono sciolto in merda. Temevo, come in una parodica situazione alla “Tom & Jerry”, che al mio posto le persone vedessero un mucchietto di diarrea con i miei occhiali sopra.

Qui in Sardegna tutto è sempre uguale. Tanto calore ma poche speranze, per il futuro. La nostra generazione è cresciuta a “pane e Nintendo”, e i miei coetanei sono ancora convinti che per ottenere soldi basti distruggere i mattoni di casa a testate. (Questa era difficile, pensateci un po’!) Per quanto riguarda i funghi che ti fanno cagare fiamme, quelli li ho mangiati al cenone. (Le due battute sono correlate; questa fa schifo ma è un indizio per capire quella precedente.)

Grandi regali come ogni anno: bambole che si agitano freneticamente (non ho ancora trovato il buco, ma ci sto lavorando), libri e filmacci in dvd. Mi chiedo ancora il perché dell’invenzione del dvd: giga e giga di memoria per vedere dei film che sono riassumibili in uno schizzo da 1 mega… basta un floppy! (Sì, sto parlando di film porno.)

Dei film porno adoro la capacità di sintesi e la ripetitività non prolissa allo stesso tempo.

Sintesi per quanto riguarda i rapporti umani:
cognato: “Sei bellissima oggi… mio fratello è proprio fortunato…”
moglie: GLOM (onomatopea che sta ad indicare… lasciate perdere, va’…).

Ripetitività perché non ti stanchi proprio mai di vedere la stessa sequenza di eventi che si ripete centinaia di volte.

Ok, sono malato.

A questo punto, ricordandovi che la parola “pene” è comparsa in questo post 14 volte e la parola “cazzo” 6 (chissà cosa avrebbe detto Freud di me?…) e che la vita è una merda, ma spesso è calpestata dagli altri (e questo strappa sempre un sorriso!), vi auguro e mi auguro che il 2008 sia un anno migliore, senza buttare via le cose buone del 2007 (sono vivo, mica è da buttar via!) e la psichedelia che ha accompagnato questi mesi.

Buone Feste

La ballata del me stesso (prosa)

Friday, December 14th, 2007

Dietro la porta, tremolante dietro le lacrime e la strana luce artificiale di candela, qualcuno bussava.
Marco entrò nella stanza, e trovò Giovanni con gli occhi umidi.
“Lo sapevi.” Furono le prime parole che pronunciò.
“Sei venuto qui per ricordarmi il mio lavoro? Quello di sapere?”
“No, sono venuto per ricordarti che non tutti pensano che tu sappia, ed inoltre non tutti sanno.”
Pensano che tu sia un cumulo di eventi, come altri. E cercano di convincertene, ed è quando te ne convinci che stai male. Le ho già sentite quelle parole, mi fischiano nelle orecchie come un theremin in mano ad un pazzo, come uno stormo di uccelli confusi dal riscaldamento globale. Come lo schiocco ripetuto di un bacio fra due amanti stanchi.

Come lo scricchiolio della zattera di un naufrago in mezzo al mare piatto.

“La mia penitenza è questa, dunque, ovvero di essere così come sono.”
“Esatto. La tua penitenza è quella di sapere.”
Spostò una sedia, con le poche forze, quasi ritagliando appena lo spazio affinché Marco potesse sedersi. Accettato a malapena. Accettato e malvoluto. Accettato come si ingoia la saliva con lo stomaco chiuso. Con uno sforzo innaturale, come se dopo l’anima non fosse più bianca.
L’ipnosi di un attimo, di assenza e di contrazione. Sono le lacrime che vogliono uscire, anche quando non sai il perché.

“Sono venuto a rompere il tuo silenzio, in quanto sono l’unico che può farlo. Nella tua vita hai fatto del silenzio una bandiera: dell’assorbire il dolore degli altri la tua funzione. Del capire la tua Ragione.”
E sai anche cosa ti è successo: che ti hanno usato come uno straccio usato per spazzare la strada delle loro colpe, insicurezze, dolori, mancanze.
“Sai perché non riesci a dormire?”
“Ancora con questa storia?! Lo so perché non riesco a dormire.”
“No. Non lo sai.”
Lasciami in pace. Tenere dentro queste lacrime, adesso che ci sei tu, è una fatica. Vattene, lasciami in pace.

“Perché sei venuto qui?”
“Lo so che è dura, ma devi capire che lo faccio per te, perché nessuno può farlo. Non potrai spiegare a nessuno tranne che a me il freddo che hai dentro. Puoi solo dire che ti dispiace, che hai sbagliato, puoi solo dire frasi che nascono da un tentativo di nascondere i meccanismi che stanno dietro a tutto questo, dietro il sipario di colpe che non hai.”
“Lasciami in pace.”
“Nemmeno per sogno: tu ora stai fermo, piangi, fai quello che vuoi, ma nel frattempo ascolti ciò che ho da dirti.”
“Non c’è modo che tu te ne vada?”
“No, Giovanni, non c’è alcun modo. Sono qui per tirarti per i capelli fuori dal pozzo in cui ti stanno infilando, e in cui tu li aiuti ad infilartici. E non ho intenzione di lasciarti affogare solo perché ti senti un poeta dal cuore in risonanza. Ho intenzione di tirarti fuori.”
“A me basta che mi dici cosa devo fare perché tu te ne vada via, e lo farò.”
“Ottimo, è già un buon inizio.”

Il doloroso bacio fra Passato e Futuro

Wednesday, December 12th, 2007

Non mi ricordo nemmeno più quanto tempo è passato dall’ultima volta che il freddo mi ha fatto pulsare il naso; chissà dov’ero. Forse a Trento, ai tempi di Villa Tambosi e della linea 3 da prendere al Castello del Buon Consiglio.
Ai tempi della felicità, e ai tempi della speranza.
Avevo ancora qualcosa di adolescenziale da dire, e i miei pensieri non erano ancora pervertiti dalla vita.
Adesso lo sono, e mi rifiuto di passeggiare, mi rifiuto di soffrire il freddo, mi rifiuto di affrontare la vita così sguarnito.
Il freddo che ho dentro e il freddo che ho fuori si baciano e abbracciano stretti.
Almeno loro si amano, si amano alla mia faccia.
Alla faccia delle mie dita insensibili, alla faccia dei miei occhi che non so nemmeno più perché lacrimano.
Il vuoto è sia dentro che fuori di me, ed io sono un sottile strato di carta che contiene il vuoto che rappresento.
Adesso, presente, cose che succedono ora, l’istante, il momento.
Il momento che mi scivola addosso; sono troppo iperbolico per fare di questo vento temporale un motore, e sono troppo sferico per trattenerne le polveri.
Sono niente, mi sento una goccia che cade in un pozzo senza fondo.
E corro verso casa, in attesa di uno scampolo di presente. Ma il mio errore è attenderlo.
Rifiuto in toto il mio passato ed il mio futuro, e nonostante ciò non riesco ancora ad aggrapparmi al presente. Ho troppi ricordi ormai sfaccettati, spezzettati, disconnessi e ricombinati in un me stesso che non sono più.
Non capisco cosa è stato generato dalla mia mente, cosa sia reale, cosa sia semplice sovrapposizione di eventi. Alle volte ho l’impressione che tutto sia una sovrapposizione.
E continua a scivolarmi addosso.
“Aiuto, signore”
Una ragazzina, ha bisogno di aiuto…
“Che c’è? come posso aiutarti?”
“Aiutami…”
Sì, ti aiuterò.
“Cosa posso fare per te? Dimmi?”
“Vai a comprarmi le sigarette, nel negozio?”

Vado dritto.
Vedo una finestra, una stanza accesa, e addobbi natalizi al suo interno.
E una famiglia.
E penso a quello che io non ho e che non avrò.
Forse mai.
E questo pensiero salda il passato ed il futuro in un unico istante.
E piango.
Per strada no, ossignore, per strada no, perstradanoperstradano…
Accelero il passo e corro, mentre le lacrime mi si addensano negli occhi, e non vedo bene, e il volto mi si contrae.
Mi metto la sciarpa, fino agli occhi, non voglio farmi vedere in queste condizioni.
Non voglio farmi vedere così sofferente, abbattuto, vinto e sconfitto dagli altri.
Non voglio farmi vedere.
Non ce la faccio più.
Sono stanco di combattere e perdere, ogni volta.
Sono stanco di andare a dormire sconfitto, e trascorrere le notti pensando.
Sono stanco di non riuscire più a trovare la mia dimensione di uomo.
Sono stanco.

Focus 2

Wednesday, December 12th, 2007

Ancora aborti concettuali, e arte fognaria.

Questo materiale causa erezioni incontrollate, non leggetelo se non vi siete prima masturbati pensando alla vostra maestra dell’asilo.

(more…)

Chiusi in una stanza

Wednesday, December 12th, 2007

Bocca tua riarsa,
lingua umida e labbra,
pelle profumata,
vecchia vasca arida.

So che mi vuoi nudo,
gioco bene la mia età,
trovo più eccitante
se ti spogli per metà.

Il tuo seno gonfio,
adolescente, stimola
qualche mio pensiero,
ma farai tardi a scuola.

L’ora più perversa,
mani in tasca, se ne va
dopo che il contatto
tra le bocche è stato già.

Vecchio di dieci anni
almeno, rischio una pena;
gambe, pelle, mani,
amore sembri bambina.

Esperta, poco loquace
umide labbra;
ora so come passare
la domenica.

Non so perché voglio cantare

Wednesday, December 12th, 2007

Non so perché voglio cantare
di quando un mio sogno era vivo;
fors’è che in codesto viaggiare
con grandi tristezze convivo.

Così io ti immagino ancora
che torni alla sabbia dorata
in cui il mio ricordo di allora
da me ti dipinge baciata.

Ma se non è altro che un sogno
perché non mi spinge a dormire
per darmi un perpetuo sollievo?

Ed io una risposta l’avevo:
il cuor preferisce soffrire
ma avere comunque il sostegno

della folle idea che domani
avrai, tra le tue, le mie mani.

Morbido, caldo, amato abbraccio

Wednesday, December 12th, 2007

Morbido, caldo, amato abbraccio
e il profumo che sento
madido, parlo, e nel mio braccio
le tue lacrime conto.

Come un fiore proibito e selvaggio
giace in mezzo ad un campo, cadente,
nessuno ti sente
ti ha tradita il tuo Maggio.

Per te voglio essere terra,
voglio essere calda carezza,
la tua esile e lieve corazza.

Se sei fiore, sarò la tua serra;
voglio essere i vestiti tuoi,
voglio essere quello che vuoi.

Focus

Saturday, December 1st, 2007

Qui di seguito è riportato uno di quegli aborti che in altri blog sono classificati come racconti.

ATTENZIONE!

Contiene tutto quello che avete sempre desiderato dire, oltretutto espresso in un linguaggio che adorate, ma che a causa della morale a cui vi hanno educato dovete fare finta che vi indigni.
Per leggerlo e poi far finta di indignarvi con commenti stucchevolmente indignati, vi consiglio strettamente di non leggerlo.

Non c’è nulla di autobiografico, se non le mie idee morbose, quindi ogni riferimento a persone, perversioni sessuali, ed ejaculazioni facciali è puramente frutto della mia libido malata.

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