Archive for March, 2008

Post di prova

Tuesday, March 25th, 2008

Maledict, dopo aver gentilissimamente aggiustato il database del blog, mi ha chiesto di postare qualcosa, per vedere che tutto funzionasse bene.

Non avendo niente da dire da giorni, riporto una conversazione avvenuta ieri in presenza di altre due ragazze.

Una delle due sosteneva che se un uomo è soddisfatto sessualmente e innamorato, difficilmente vedrà mai “crisi” nel rapporto.

L’altra si è voltata verso di me chiedendomi: “siete così mal-messi voi uomini, che vi basta essere innamorati e sessualmente soddisfatti?”

Rispondo a nome di tutti gli uomini: sì.

Siamo così, ci è sufficiente essere sessualmente soddisfatti ed innamorati (cioè avere una ottima qualità della vita sessuale e di coppia) per non percepire problemi nella nostra relazione.

A quel punto le ho rigirato la domanda: “voi siete così mal-messe che essere soddisfatte nella vita di coppia non vi sembra un motivo sufficiente per non percepire problemi?”

Logica contro pre-logica

Sunday, March 9th, 2008

Una giornata dura 24 ore. Se si escludono 8 ore di sonno, la giornata effettiva è di 16 ore.
I secondi complessivi, di tale giornata, sono:

16 ore * 60 minuti * 60 secondi = 57600 secondi.

Il tempo impiegato da uno squillo mittente-destinatario, usando un network internazionale, è di circa 6 secondi. Supponiamo che ne impieghi il triplo (sovrastimando il margine di errore di un ordine di grandezza almeno), in tal caso effettuare uno squillo occupa un tempo pari al

18/57600 = 0,0003125, cioè il 0,03 % della giornata effettiva.

Supponiamo che una persona non voglia, tuttavia, effettuare uno squillo fine a se stesso, ma che si cimenti in chiamate non inferiori ai 2 minuti in quanto ritenga un tempo inferiore non significativo e/o degno di essere contemplato. In questo caso viene impiegato un tempo pari ad

(18+2*60)/57600 =  0,002395833, cioè il 0,2 % della giornata effettiva.
Chi vi dice che in 24 ore non ha avuto tempo di farmi uno squillo, vi sta dicendo che non ha avuto tempo per dedicarvi una percentuale non superiore del 0,03% della giornata effettiva (18 secondi), mentre chi vi dice che non ha avuto tempo di chiamarvi sta dicendo che non ha avuto tempo di dedicarvi il 0,2 % della giornata effettiva (cioè due minuti).

Se in più la persona che ve lo dice non è un coglione qualsiasi, ma la persona con cui avete una relazione da più di 11 mesi, che sparisce per quasi un giorno e mezzo (e l’ha già fatto 5-6 volte in 5 mesi) dandovi del paranoico quando vi arrabbiate pure, so che all’inizio potreste vacillare nel dubbio. Ma solo per un attimo: riguardate le percentuali indicate sopra.

Sappiate che è una cazzata. Buona giornata.

Populismi e 8 Marzo

Saturday, March 8th, 2008

È noto ormai da tempo che il Potere
impasta le sue mani di figure
che ripropone a menti non sicure
per fare la coscienza ben tacere.

Ed oggi sfrutta questa ricorrenza,
s’indora di ogni sorta di concetti
che solo oggi è ben che vengan detti
e già diman scordati all’occorrenza.

E allora metto in guardia quei che fanno
critiche smisurate, e poi sopiti
accolgon dal Potere il benestare.

Non devon smetter mai di criticare!
Ché gli ideali poi saper traditi,
fuor d’apparir, per la coscienza è danno.

Superamenti

Saturday, March 8th, 2008

Come scintilla inadatta,
come madre malata
mi muovo lento, e
tristemente impacciato.
Con fioco sguardo spento, e
serio, mesto e rassegnato.
La morte di ogni tentativo
ormai deciso
fa di me un fiore tardivo
nato reciso.

La linea che separa il mio pensiero
da ciò che forse ieri ero davvero
è spessa e così fastidiosa,
impenetrabile eppure erosa,
che le mie bianche mani
impiegherei in tutti i giorni
del mio domani
perché non torni
più immagine di me riflessa
in questo odiato e grigio specchio tesa.

Disagio Maschile

Monday, March 3rd, 2008

Spesso in questi anni, in particolare nel 2007, mi sono trovato a riflettere sul significato di certe paure e insicurezze che hanno afflitto il mio stesso modo di vivere.
Il primo impatto con tale problema lo ebbi ormai tanti anni fa, avevo circa 14-15 anni, e non avevo una seppur vaga conoscenza organica del mondo e delle cose, non avevo alcuna esperienza “vera” di vita.
Da sempre mi sono sentito fortemente distaccato da i ruoli superimposti, ho sempre riso di chi mi dipingeva “in un certo modo in quanto maschio”, o meglio “debole in quanto maschio strano”, in quanto io sono un maschio atipico.
“Atipico” perché non penso di essere “maschio”, ma soltanto uomo, ovvero con le caratteristiche fisiologiche proprie dell’uomo, ma contro ogni schema superimposto dal pensiero (per fortuna ormai non più così vigente) della mascolinità.
Tutto ciò mi ha creato non pochi problemi relazionali, in un mondo improntato sull’ideale dell’ “uomo che non deve chiedere mai” (di conseguenza ignorante), forte, sicuro, dominatore, agressivo, e compagnia cantante.

Sono stato un bimbo che ha vissuto nella paura, i suoi anni della fanciullezza. Nel terrore. Terrore di relazionarsi agli altri, terrore anche solo di dover conoscere il mondo della violenza, del ludibrio, che ha fatto di tutta questa paura la propria bandiera.
Con gli anni a seguire la paura ha iniziato a scemare, razie alle esperienze, alle pratiche, ai tentativi di capire. Non mi sono lasciato sopraffare dalla paura, nè ho deciso di omologarmi allo schema corrente. La paura è stata relegata piano piano a ciò che sarebbe meglio definire “prudenza e oculatezza”, e ho imparato a vivere con equilibrio, e ridere con gioia degli schemi superimposti, e ad ironizzare su essi.

Ho cercato di focalizzare l’origine di tale paura, e credo di averne scoperto la natura: per anni ho pensato che fosse atavicamente legata ad un conflitto materno, invece attualmente credo di aver realizzato che in me coesistono ambedue i conflitti: materno e paterno.

Sia ben chiaro: non sto con questo dicendo banalmente che litigo coi miei genitori. Sto dicendo una verità più sottile, che sicuramente anche altri sanno riconoscere in se stessi: la società in cui viviamo impone non solo un conflitto madre-figlio, in cui c’è completa inaderenza tra ciò che è visto come “il ruolo del figlio come succedaneo del padre” ed il “ruolo della madre come succedanea del padre” (che per fortuna in casa mia è molto affievolito dall’intelligenza dei miei genitori), ma anche un più sottile e più forte conflitto di tipo padre-figlio in cui patrilinearmente, il massimo del confronto a cui un “figlio” può accedere prevede il salto generazionale (un figlio può essere paragonato senza subordinazione al nonno, mai al padre). Questo è espresso anche nelle affermazioni o considerazioni più banali, sin da quando siamo in fasce: “ha gli occhi della madre, ha il carattere del padre”; gli occhi sono sempre della madre, il carattere sempre del padre. L’imposizione, o per meglio dire, la superposizione di ruoli comincia tutta lì; l’illuminazione l’ho avuta quando ieri notte ripensavo ad un discorso di mio padre che mi disse le seguenti parole:

Se mai avrai un figlio maschio, evita in ogni modo il confronto diretto con lui.”

Questo perché ci pensa già la società a confrontare il padre con il figlio e viceversa: gli occhi sono della madre (lo specchio dell’anima), ma il carattere è del padre, già dalla culla. E carattere del padre, in quanto tale, non può essere discusso, se non dal padre. Il confronto col figlio, per la società, dev’essere sempre vinto dal padre. Non sono ruoli passibili di discussione, ma è una prassi stabilita e consolidata attraverso la quale la nostra società ci impone un timore atavico verso il padre, che poi è il timore verso noi stessi: noi abbiamo il carattere di nostro padre, siamo una propaggine che segue una assurda patrilinearità, e non possiamo discuterla, in quanto è un’essenza che ci riguarda come parte di noi.

Spesso questo conflitto dualistico familiare-personale (familiare perché nasce da un rapporto di parentela esterno, personale perché si riflette in caratteristiche superimposte di cui siamo vestiti da quando siamo in culla) è alimentato dalle nostre madri, che non ci ritengono in grado di eseguire anche delle mansioni banali che sono “storicamente” attribuite ai padri (un esempio può essere l’accendere il fuoco nel camino, ma in generale ciò avviene specialmente per le mansioni che sono storicamente attribuite ai padri in un retaggio culturale della civiltà rurale).

Ciò è inoltre rafforzato dal fatto che, a differenza magari dei paesi anglosassoni, le culture latine non vivono l’indipendenza come un valore. Per poter abbandonare il tetto familiare e costruirsi una propria vita indipendente, un uomo deve esservi costretto da:

  • lavoro o studio;
  • relazione, che preferibilmente deve sfociare nel matrimonio e nella procreazione;

non è concepito da nessuna Famiglia il valore dell’indipendenza: “vado via di casa, è tempo di cercarmi un lavoro” oppure “vado via di casa perché vado a convivere e/o sposarmi” sono frasi accettate, tacitamente giustificate. “Vado via di casa perché voglio essere indipendente” non è qualcosa di socialmente accettato, l’indipendenza non è un valore accettato da questa società.

In questo la Donna, vive tale aspetto con un ordine di problemi completamente diverso: sebbene incontri maggior “resistenza esterna” e maggior pressione sociale, non c’è alcuna responsabilizzazione, soprattutto ai giorni nostri, che le impedisca di desiderare l’indipendenza: i conflitti interiori sono di altro ordine, non ha il “peso dover essere padre”.

L’uomo, oltre alla pressione sociale (deve crearsi la Famiglia per non essere un “bamboccio impotente effeminato”), sente anche la responsabilità interna, alimentata dal conflitto padre-figlio di cui si parlava prima, di essere sempre presente come succedaneo, come secondo, come coda della linea di patrilinearità. E mal che vada, se proprio vuole affrancarsi dalla Famiglia, va bene a patto che se ne crei una sua e che “sparga” il cognome e che perpetui il conflitto di cui si parlava in precedenza; solo così è giustificata l’indipendenza: non come valore, ma come necessaria condizione per autoconfermare il conflitto.

Il problema è che questa visione cozza completamente con la direzione verso cui la società si dirige, non è più possibile in linea di massima creare una Famiglia in senso tradizionale (cioè come ci è stato insegnato che la dobbiamo creare), quindi la nostra missione è diventata quella di dover riproporre schemi sociali ormai obsoleti, e tutto ciò è frustrante nonché inutile.

Il benessere personale, a questo punto, deve nascere dalla consapevolezza interiore che siamo esseri indipendenti da questi schemi, che siamo pronti ad abbandonarli e ad evolvere senza farci carico delle aspettative che la società ci impone come “padri”.

Quando capiremo che non abbiamo gli occhi della madre, e nemmeno il carattere del padre, e che dobbiamo costruire il mondo che ci viene vestito intorno, e non accettarlo come abito per poi vivere nella frustrazione, allora forse ci riapproprieremo del “ruolo” di individui a sé, non caratterizzati dal proprio cognome o dal ruolo di “padre” o dal doverlo rappresentare in un’assurda concatenazione patriarcale che sembra discendere da Dio, ma a forza di discendere ci fa “scimmie” alla coda di una de-evoluzione sociale.

Gli occhi della madre, il carattere del padre. Il dito invece è mio!

Carlucci vs Maiani (2)

Saturday, March 1st, 2008

Gabriella Carlucci si copre di ridicolo con una lettera aperta comparsa su Repubblica.

Leggiamola insieme, dai!

“Egregi Direttori,
contrariamente alla prassi vi scrivo una lettera cumulativa per contestare l’articolo di Emilio Carnevali, apparso su Repubblica e MicroMega, con all’oggetto la nomina di Luciano Maiani a presidente Cnr.
Naturalmente non contesto il diritto di Carnevali di scrivere quello che gli pare, contesto che debba gratuitamente ed inutilmente, fare lo spiritoso per sostenere le sue tesi.”

Quando si sostengono cretinate, è normale venir coperti di ridicolo: è nota da millenni l’esistenza di registri stilistici, ed è altrettanto noto che nella satira il registro elegiaco è predominante.
Quando qualche giorno fa Gabriella Carlucci stessa ha smerdato il livello della conversazione, rivolgendosi ad un premio Nobel con frasi del tipo: “… non dica bugie…”, ha dato liceità al tono canzonatorio con cui viene giustamente trattata dai commentatori.

“Quali siano i miei titoli per parlare di cultura, essendo io un Deputato della Repubblica, non lo stabilisce Carnevali, oppure, chiunque può contestare ad un Deputato il diritto d’intervenire in materia, ma valga per tutti.”

Più leggo questa frase e più penso che l’autrice non abbia alcuna padronanza della Lingua Italiana.

“Invece, consolidando una tradizione cara alla sinistra, sulla cultura ci sono figli e figliastri, per cui, sulla materia possono intervenire i soli noti, ovviamente accertato che siano della parrocchia giusta.”

Non è una tradizione cara alla sinistra (illazione priva di fondamento), ma è una tradizione cara al buon senso: io non capisco nulla di Macro-economia, quindi il mio buon senso mi impedisce di parlare di Macro-economia, ma non perché io sia un “figliastro” nella “famiglia” della Macro-economia… semplicemente perché direi solo baggianate! Se per “parrocchia giusta” si intende “qualcuno che sappia di cosa sta parlando”, effettivamente sì: è giusto che di certi argomenti parli solo chi li ha studiati e capiti.

“Per quanto mi riguarda confermo e non rinnego il mio curriculum professionale anzi ne vado fiera, tanto da continuare a fare il mio mestiere di conduttrice televisiva. Inoltre sono madre e moglie, dal 2001 anche Deputato, ho due lauree e una terza in arrivo, parlo e scrivo correntemente cinque lingue. Basta per parlare di cultura?”

Come il fatto di essere “madre e moglie” rientri fra le credenziali per “parlare di cultura” (come se volesse dire qualcosa) non lo capisco, e mi pare una bizzarria. Inoltre è chiaro che tra le 5 lingue che parla e scrive correntemente non vi sia l’Italiano: a parte le frasi sconclusionate, l’uso del minuscolo degli acronimi e casuale della punteggiatura, riflettete sul fatto che questa lettera aperta è indirizzata ad un giornale a tiratura nazionale… ma vi pare che sia un registro da tenere? contenutisticamente sembra scritta da un liceale male informato sui fatti.

“Sul caso Maiani voglio essere molto chiara.”

EVVEDIAMO UN PO’!

“Chi impedisce ad un altro di parlare è un fascista. Punto.”

Non mi pare che qualcuno abbia permesso a Luciano Maiani di replicare a tutte le puttanate che G. Carlucci sta dicendo sul suo conto; che succede?! Come mai le televisioni e i telegiornali non gli danno il giusto spazio mediatico?! Che ne è del suo diritto di replica?! Perché gli impediscono di parlare?! è questo forse fascismo?!

“Chi con l’esempio esaspera o giustifica atteggiamenti d’odio e intolleranza è un cattivo maestro.”

Chi oltre all’ “esempio” ci mette anche un pizzico di calunnie invece è un pezzo di merda. Inoltre Maiani non ha mai esasperato nè giustificato alcun atteggiamento di odio o intolleranza, come stanno cercando di agit-propagandare i criminali mediatici della Casa delle Libertà. La verità è ben diversa, come è stato chiarito già in questo blog.

“Quanto successo alla Sapienza è, per me, una vergogna intollerabile per una democrazia.”

Anche per me: 67 scienziati sono stati pubblicamente linciati per aver espresso il loro legittimo parere.

“La firma di Maiani sotto quella lettera, però, si ascrive tra i suoi diritti inviolabili [...]”

… ci mancherebbe che una persona non possa neppure manifestare il proprio pensiero…

“[...] e state tranquilli che finché avrò fiato difenderò il diritto di tutti di dire o scrivere cose che io non condivido.”

Proprio qui sta il punto: finché vengono attaccati i contenuti, sebbene G. Carlucci abbia già mostrato che riesce a coprirsi di merda da sola, parlando di cose che non conosce, nessuno si lamenta! Ci limitiamo a farci 4 risate, a riflettere su quanto si sia caduti in basso, ecc. Il problema è quando tali persone, dietro a tali parole illuminate, avviano interrogazioni parlamentari a risposta immediata, attuando un’INGERENZA POLITICA INTOLLERABILE in un campo che con la politica non ha niente a che vedere. Questo fenomeno non è “usufruire della propria libertà di parola”: è un tentativo da parte di una politica arrogante e ignorante di controllare e tenere a bada il pensiero scientifico; l’atto assolutamente arrogante è quello inoltre (non avendo mezzi propri per entrare in gioco nella materia) di tentare pedestremente di parlare il linguaggio scientifico per giustificare un atto di repressione politica.

“Ciò detto, quella firma lo squalifica perché lo rende responsabile di una grave ferita inferta al diritto di parola [...]”

Secondo Carlucci, l’aver espresso il proprio pensiero lo renderebbe responsabile di una grave ferita inferta al diritto di parola. Come a dire che va bene esprimere il proprio punto di vista, a patto di non averlo.

“[...] e questo non può non essere preso in considerazione nella decisione di affidare un ruolo di direzione, non solo scientifica, di un istituto di prestigio, molto esposto sul piano internazionale e rappresentativo del nostro Paese, come il Cnr.”

Infatti, merita due volte il titolo che gli viene conferito: in primo luogo per il fatto di possederne le credenziali, e in secondo luogo per avere il coraggio di difendere le proprie idee anche a patto di subire il linciaggio mediatico che abbiamo sotto gli occhi.

“Vale la pena di ricordare che scienziati e intellettuali vari, molti e molti anni fa, firmarono il vergognoso manifesto sulla razza. Passato il regime, sopite le vergogne, i signori in questione hanno potuto continuare le loro attività.”

Gli intellettuali e gli scienziati “vari”, appunto, non quelli “veri”. A titolo di esempio posso citare Enrico Fermi, emigrato dall’Italia verso gli Stati Uniti a causa delle leggi razziali (la moglie era ebrea). E, passato il regime, ha potuto continuare le proprie attività. Negli Stati Uniti.

“Tutto ciò per dire che non mi stupirò se Maiani resterò presidente del Cnr, nonostante le sue dichiarate “dimenticanze” che hanno provocato qualche pesante buco di bilancio al Cern di Ginevra, nonostante qualche svarione sul peso delle particelle che ha prodotto qualche intoppo nella ricerca.”

Io invece non mi stupirei del contrario, visto quanto siamo caduti in basso. Lasciamo perdere le ultime due dichiarazioni sulle responsabilità di Maiani alla gestione del CERN e sulle pubblicazioni sulla J/psi… “Qualche svarione sul peso delle particelle” credo sia in riferimento al problema della massa (non “peso”) dei costituenti del Quarkonio, della cui problematica ho comunque la certezza che la disonorevole Gabriella Carlucci non capisce una mezza mazza.

Senza alcuna vergogna,

“Gabriella Carlucci”