Camminava in uno stato stordito. Sentì uscire le parole in ritardo dalla sua bocca, come un film doppiato male.
“… sempre più spesso. Non so perché, si vede che qualcosa non va. L’unica cosa che so è che sonnambulismo e insonnia sono disturbi del sonno.”
“Dovresti rivolgerti ad un dottore. Chi è il tuo medico di famiglia?”
“E che cazzo ne so, non dormo da giorni e secondo te so… cioè, non riesco nemmeno a pensare, riflettere. Mi fanno male gli occhi, la luce mi infastidisce.” Gli scappò un singhiozzo.
“Ma perché?”
“Ti potrei dire tante cazzate, che ho visto l’orrore in faccia, che ho stress, che ho preoccupazioni e pensieri. In realtà penso che tutto sia legato al fatto che mi sento solo. Solissimo. Non mi sono mai sentito così solo. Ero abituato a dormire con lei vicino, da quando lei non c’è più semplicemente non dormo.”
“E da quanto tempo è che lei non c’è?”
“Un po’ meno di due anni.”
“Ma Cristo quanto tempo è che vai avanti così?”
“Da un po’ meno di due anni.”
“Ma come fai a vivere?”
“Allora ti spiego, è semplice: ci sono momenti in cui la stanchezza è insopportabile, altri in cui è sopportabilissima, ed in quei momenti concentro la mia attività. Quando è insopportabile è un po’ difficile da spiegare. Inizialmente provavo a fronteggiare il problema, andare a letto e prender sonno alle 5 del mattino, leggere, sopportare. Sbagliato, non c’è niente di più stupido che cercare di sopportare qualcosa di insopportabile. Quello che bisogna fare è allenarsi a capire come arrivare a sopportarlo. E io l’ho fatto, anche se mi è costato tanta fatica ed energie. Distraggo la stanchezza in diversi modi: meditazione, riflessione, scrittura, musica, cucina. Ho imparato a cucinare cose fantastiche, dovresti assaggiarle, devo cucinarti qualcosa. Una cosa che mi esce bene è il risotto alla cantonese. Lo cucinavo sempre per lei, ora non lo faccio più, la tengo come una cosa speciale nostra, che è nata e morta con noi. Non so se mi spiego.”
“Sì, ti spieghi, anche io e il mio compagno abbiamo alcune cose… diciamo così… speciali, solo nostre, cose che non potrei condividere con nessuno.”
“Ad esempio?, dimmene qualcuna.”
“Non so, ad esempio una volta abbiamo fatto un viaggio stupendo ad Ales, ed era una cosa nostra, non l’abbiamo detto a nessuno, come una specie di fuga dalla realtà, ed è stata la prima volta in cui veramente ho sentito di amarlo. Ecco, per assurdo, non potrei ripetere quel viaggio con nessuno, non riuscirei mai a passeggiare per quelle vie, per quelle strade, con nessun altro che non sia lui.”
“Ho capito, vedi, diciamo che non so se hai capito quello che ho detto, ma dall’esempio mi pare che tu ci sia, sembra che forse ci si stia capendo, ok?” Strascicando queste parole si appoggiò al muro. Poi continuò: “vedi a questo punto ti devo cucinare qualcosa, posso farlo? Posso?”
“Il frigo è tuo.”, lei gli rispose.
Aprì il frigo, la luce penetrò dentro, sentì una sensazione di gonfiore, come di malessere indolore, il gonfiore che una convalescenza da banale influenza può provocare. Quelle sono zucchine, gamberi precotti, cipolla, avrà riso sicuramente. Arance, mele, speriamo.
“Hai arance o mele?”
“No.”
Si va avanti comunque, avrà un po’ di riso.
“Hai riso?”
“Certo, secondo ripiano. Che mi prepari?”
“Non si dice. Preoccupati solo di mangiare.”
Preparò il soffritto di cipolla, e mandò in cottura, dieci minuti, o forse più. Vediamo un po’ come va. Si sedette al tavolo, lei si sedette, anche. Le diede una pacca sulla spalla, lei sorrise, e gli sfiorò le guance, lentamente, le sopracciglia… il sonno sopraggiunse. Come una coltre nebbiosa, come un gonfiore diffuso.
Almeno 10 minuti, li trascorse senza sapere che gli accadeva intorno.
Una voce immediatamente vicina disse qualcosa di amichevole in una lingua incomprensibile. Si svegliò di scatto, la guardò. “Hai bisogno di dormire, vuoi sdraiarti nella camera degli ospiti?”
Tutta la forza del mondo per formulare la risposta: “il risotto…”
“Me lo cucini la prossima volta, vai a sdraiarti adesso…”
“No, torno a casa.” E se ne andò.