Stanza di ospedale. Marco. “Bip”. Gli amici. Sibilla tira fuori un tomo incredibilmente grosso e pesante. Lo apre ed esclama…
Sibilla: -Gente… il testamento di oggi sembra parecchio lungo! Ci sono precise indicazioni: dovrei leggervelo ad alta voce…
Sibilla comincia a leggere il monologo, e mentre parla la sua voce si sovrappone a quella di Marco per qualche secondo, poi sfuma per lasciare spazio solo a quella di Marco. Contemporaneamente l’inquadratura sfuma dall’ospedale per passare ad inquadrare una spiaggia all’alba. Tutto il monologo si svolge in un tempo per il quale il sole spunta dall’orizzonte e vi emerge completamente, con un riflesso sul mare. Monologo.
“Ci sono cose che il tempo ruba.
C’è la voglia di fare qualcosa di specifico, o la voglia di fare tutto.
La più pericolosa.
C’è la tristezza, la gioia, sentimenti molto vivi, che per fortuna proviamo e poi dimentichiamo quasi totalmente, ma li appuntiamo nella nostra storia personale con piccole note di merito o demerito.
Ci sono momenti particolari, legati ad una qualche emozione che ha rivoluzionato la nostra vita, oppure a qualche fatto insignificante che ha avuto conseguenze incontrollabili e magnifiche.
Poi c’è stato un tempo in cui ci siamo sentiti amati, con passione ardente, traditi per ripicca, scossi dall’attrazione.
Un altro in cui ci siamo sentiti vecchi e stanchi e svogliati e vissuti e tanto maturi da essere andati a male.
Ci siamo sentiti ormai lontani da una giovinezza ormai solo da rimpiangere.
A volte il nostro amore è stato sparso verso vortici di vento terribili, che ne hanno decimato le scorte per un raccolto che poteva essere fruttuoso.
Altre volte eravamo impauriti e tremanti come un fuscello, quando qualcuno provava ad amarci, e non capivamo come fare a spiegare, dall’arrocco in cui ci eravamo reclusi, che era solo una piccola e stupida paura di essere ancora maltrattati.
Forse vi è capitato che, proprio mentre eravate chiusi in voi stessi e pronti a difendere con tutta la forza ogni singolo istante, sia arrivato qualcuno.
Dopo una vita di tempo rubato.
Qualcuno che vi ha regalato un po’ del suo tempo, facendovi capire che tutto quel dare aveva un senso.
Con pochi e piccoli gesti.
Qualcuno che ha fatto qualcosa per voi, senza niente in cambio.
Solo perché vi voleva bene, in qualche modo.
O solo perché spettava a voi, in quel momento, ricevere qualcosa.
A me è capitato.
Ho avuto la fortuna di vivere queste sensazioni.
Sentire il tempo che mi veniva restituito.
E io penso che questo sia il motivo per cui viviamo: per scoprirci, un giorno, parte di un ingranaggio splendido, con il nostro ruolo che necessita solo di un riconoscimento sincero, magari un sorriso o una parola.
Questo è il motivo che ci fa importanti.
Il “perché sono vissuto”.
Perché noi dobbiamo dare a qualcuno, per ricevere da qualcun altro, in un delicato meccanismo in cui ognuno ha la sua precisa parte.
E quando tale ruolo si esaurisce, è giusto riconoscerlo con il sorriso.
Scherzare sulla propria vita e sulla morte, come si faceva da bambini quando urlavamo “bara liberi tutti” fra la gioia di tanti piccoli occhi felici, o quando ci si chiedeva in modo vago cosa volesse dire sparire, ridendone subito dopo.
Per questo ho voluto giocare con voi in questi ultimi giorni: perché la risata vi abbracciasse calorosa come se fossero ancora le mie mani a scaldarvi.
Il mio ruolo si esaurisce con quest’ultima richiesta: tenetemi le mani, mentre insieme spegnete le macchine restituendomi così alla gentilezza dei vostri ricordi.”
Spiaggia sfuma, si torna all’ospedale. I ragazzi spengono tutti insieme le macchine, salutando e sorridendo verso la telecamera. Il “bip” costante diventa un “bip” continuo. Sfumare in nero.