Archive for July, 2009

Amburgo

Monday, July 6th, 2009

Solitamente cerco un modo efficace di raccontare le cose, ma oggi non è proprio giornata.

Non è giornata, quindi mi limito a mettere in fila avvenimenti, uno dietro l’altro, come il trenino della più triste delle orge che riuscireste mai ad immaginare, con tanto di falli in gomma e massaggiatori vibranti per testicoli.

Quello che vorrei dire, senza mai scadere nel banale e nel ridicolo, è che i cinque giorni che ho passato in questa stanza d’albergo, praticamente nella loro interezza, sono stati come un viaggio brutale e stupido dentro me stesso, faccia a faccia con la psichedelia idiota del reale.

Circondato giorno per giorno da personaggi degni di tal caratterizzazione, un tuffo nella Amburgo più piovosa e grigia pensabile, vissuta nelle zone suburbane e popolate da una selva infestata di ratti umani dagli accenti duri e aggressivi.

Ho popolato una stanza d’albergo, con un codice d’ingresso che mi ha risparmiato anche il piacere di sentir tintinnarmi una chiave in tasca.

Colori sgargianti e fastidiosi, vita frenetica.

Sono come una spia che ha perso il contatto con la sua base, e non vi parlo di un James Bond capace di muoversi e dare a Sua Maestà quello che si merita, ma di una specie di profugo, di un agente perso nei meandri della sua missione, senza più arte né parte.

Non fa per me, penso.

Eppure sono qui, a digitare codici, andare e venire in quest’albergo, vestito come un idiota, con una coperta verde che mi avvolge le gambe fino al polpaccio, pareti turchesi, mobili in finto legno satinato, parete con colori primari, specchio enorme davanti, letto doppio, e tutto questo mi minaccia.

Salire nell’ascensore e vedere nani che entrano, sorridono, e premono il pulsante del settimo quando tu vorresti andare al primo, camminare in corridoio e vedere un uomo nudo che si copre con le mani, e poi cammina tranquillo verso la camera.

Queste sono le cose verso le quali, per quanto vi sembri strano, mi sono sempre sentito pronto, nonostante non me le aspetti.

Ho già detto che mi muovevo come un ratto per la suburbia? Sì, ma quello che non vi ho detto è che ho fatto mia la vita che si è svolta in quegli anfratti umani.

Ho fatto spese, conservando gli scontrini come un ragioniere privo di ogni capacità emozionale, ho salutato barboni come si salutano gli animali di uno zoo in cui le gabbie sono sociali, ho nuotato nel fango ruvido e puntuto degli orari dei treni e degli autobus, tra la pioggia e versi, tra poesie e bocche cucite, tra gente che mi toccava e mi diceva cose che non capivo.

Ho viaggiato.

Mozart è stata la mia colonna sonora, e le docce sono state il mio passatempo.

Ho amato, ho riacquisito la mia solitudine, preso e perso l’entusiasmo, e tutto questo milioni di volte, ho saputo e ho ignorato, ho scritto e letto, ho ascoltato e taciuto.

Quello che mi rimane è un cestino pieno, dei pompelmi scambiati per arance, prosciutto crudo affumicato, formaggio a fette, pane a fette, succo all’arancia, un caffé orribile, un letto ancora fatto, una valigia da fare, una notte insonne, l’ultima in questo posto senza grazia.

Tende chiuse.

L’idea di dovermi mettere del cotone in una ferita che ho aperta in bocca.

L’idea di dovermi staccare da tutto, prima di raccogliere le idee.

Le raccolgo, e ascolto Mozart ancora.

E quello che è più assurdo e sublime, è che non ho bisogno di nulla.

Ho giusto un po’ di stanchezza, ma sono assolutamente lucido, e non ho bisogno di nulla.

Perché ho tutto.

E il topo striscerà fuori e prima di impazzire prenderà un aereo, tra poche ore.

Abbandonerà i colori accesi e disturbanti, gli accenti forti.

E qualsiasi cosa succeda, è felice.

Stazione di notte

Monday, July 6th, 2009

“Si sa che i pensieri di chi viaggia si riducono, nella stanchezza, a ricordi futili e insistenti.”

Corrado Alvaro