Archive for April, 2010

Apologia di Morgan e della Poesia

Thursday, April 1st, 2010

Sull’intervento di Morgan a Raiperunanotte ho riflettuto parecchio, viste le polemiche destate dalla sua presunta inconsistenza ed illogicità.
Sicuramente il livello di comprensione non è fruibile in modo giornalistico (così come nel caso di un altro grande artista, ovvero Daniele Luttazzi), ma si fa necessaria una lettura d’altra chiave, ovvero poetica, da qui le incomprensioni.
La tesi di fondo è che in Italia ci sia un vuoto culturale prima ancora che giornalistico, che Morgan riferisce alla mancanza di “poesia”.
La citazione di Dante e Pasolini non è a sproposito, e non fa parte di un elenco “illogico” come un’apparente sottocultura livellata alla massa può credere.
La poesia di Dante e di Pasolini, in epoche diverse, aveva potere di denuncia artistica, e arrivava, dal punto di vista culturale, tremendamente prima delle cronache del suo tempo.
E il potere ne ha operato la censura, perché l’arte è trascinatrice di cultura attraverso la rottura dei tabù dell’usufruitore del messaggio e l’incentivazione dello spirito critico.
Il caso di Pasolini, più vicino a noi ed eloquente, mostra come la censura del potere operi dapprima sugli scomparti culturali della società (delitto Pasolini, 1975) e solo dopo, anche a distanza di anni, sul potere giornalistico (delitto Pecorelli, 1979).
Il meccanismo è noto sin dai tempi dell’Illuminismo: al Pantheon di Parigi, sul monumento a Diderot, si legge la gratitudine per chi “con la sua enciclopedia preparò alla rivoluzione”.
Risulta evidente come già da allora fosse chiaro che la cultura possiede un ruolo primario e preparatore per i cambiamenti sociali.
Diversamente, il potere non potrebbe mai operare una censura di tipo giornalistico senza aver prima operato un’omologazione alla sottocultura di massa, abituando prima alla censura culturale, poi all’assenza di cultura, infine alla censura dell’informazione (all’ultimo stadio).
Attualmente, in Italia, la censura di tipo giornalistico è stata ampiamente spianata dalla devastazione e dal livellamento culturale, e questa era la denuncia poetica a cui si riferiva Morgan.
Il fischio dal loggione, il “chi se ne frega” mentre nel Paladozza riecheggiano i versi del Sommo Poeta, è ammissione di sconfitta: basta un singolo ad urlare un “me ne frego” rivolto a Dante, e la vittoria contro il regime è persa… tantopiù che Dante, attraverso la bocca di Morgan, stava spiegandoci sia i problemi dell’Italia che la loro soluzione:

“[...]«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta. [...]”

Il Poeta giudica “infernale” la violazione delle regole dettata dalla “libido”, ma ancor peggio la distorsione delle regole della sociale convivenza, per auto-sollevarsi dal biasimo.
In altre parole, Dante sta mettendo in luce, in maniera pre-scientifica e pre-illuminista, come il potere indaffarato al fine di cambiare le regole per autoalimentarsi e perpetuarsi (agendo in modo anti-democratico, creando un cuscinetto autoritario tra il Popolo e le Istituzioni) è da giudicarsi come sbagliato… e questo prescinde da una struttura democratica di società!
Prima arriva la democrazia culturale (artistica, poetica), poi politica!
La soluzione è metalinguistica, insita nei versi stessi: solo l’Arte è in grado di giudicare questo abuso, e lo fa attraverso la Poesia.
Così, imbastire un dibattito sulla censura giornalistica senza citare quella culturale, porta gli oratori ad essere lontani, come disse Morgan, da “un livello di verità” imprescindibile, rivelando l’assenza dell’idea di un vero cambiamento che parta dall’acquisizione di uno “spirito critico che riempia il vuoto culturale”.
Per salvare l’Italia è necessario prendersi la responsabilità di fondare una nuova “enciclopedia” che prepari alla rivoluzione culturale, senza la quale sarà del tutto superfluo dialogare degli atti di potere e di una censura generalmente accettata dal nostro triste omologato-omogeneizzato umano che chiamiamo “Italiani”.

Monumento a Diderot: l'Enciclopedia prepara la Rivoluzione.

Il mio modello

Thursday, April 1st, 2010

Se fosse bruno e bello ed alto e forte,
lo giocheresti come fosse un porco;
per questo il mio modello è brutto e sporco,
è grasso, ha il pene moscio e gambe corte.

Se fosse donna splendida e formosa
la tratteresti come fosse cagna;
però la mia modella non è degna
nemmeno della bestia più schifosa.

Se metto in posa solamente storpi
puoi solo contemplarli, senza indizio,
e riconoscer l’arte in turpi corpi

strappato dal superficial giudizio,
e prima che le idee, malizia, accorpi,
ti priverò del vanto d’altrui vizio.